È l’autunno del 1917, la Grande Guerra infuria, ancora ben lontana dalla fine, il fronte è vasto ma le truppe sono concentrate sul Carso, cercando di rubare un metro, anche solo un metro alla volta, agli ‘striaci, che dal canto loro fanno altrettanto. Piove come può piovere sulle montagne friulane in autunno e Giuseppe ha appena detto a Ciaramella, compagno di sventura, che ogni volta che piove succede qualcosa di brutto. Facile premonizione tutto sommato, il tenente che è con loro infatti non ribatte, pensa a quanto sia folle tutto quel dolore fisico e no, quei boati che possono essere lo scoppio di un temporale come l’inizio di un attacco. A come loro, soldati di trincea, abbiano imparato a godere, se così si può dire, di ogni singolo attimo di pace, di silenzio. A godere di essere vivi perché hanno imparato come sia facile e veloce morire. È ferito, non tanto da morirne, gli è andata bene rispetto a quelli di cui non è rimasto nulla o peggio corpi straziati da pallottole o schegge. Sente i colpi non troppo lontani dell’artiglieria: sta sbagliando i tempi, che li sta usando troppo tardi. Si affollano i pensieri, accompagnati dal rumore di passi dei soldati che marciano, influenzati dalla disperazione che se la gioca con la speranza, un minuto dopo l’altro, in un caleidoscopio che ormai non ha più colori ma solo l’odore del sangue degli escrementi del cibo schifoso che sa di fango ma quando arriva fa tornare vivi, perché quando la morte è così vicina, quando diventa la tua ombra e non sai se ti coglierà in quel momento, la vita diventa preziosa come non è mai stata e la speranza non sa se essere quella di vedere l’ora successiva o di rivedere casa…

Una vicenda di cui si fa un po’ fatica a seguire la scansione temporale, ma credo abbia poca importanza nell’economia totale del romanzo. Quello che diventa “importante” è, se così vogliamo chiamarla, la sofferenza di quegli uomini, che in mezzo a una natura normalmente splendida, stanno vivendo un inferno. L’incertezza di non sapere se e quando si potrà mangiare, della sete che ti ammazza lasciandoti vivo, del non sapere chi sarà il prossimo, se sarai tu. La rabbia senza più nemmeno la forza di essere tale che provi contro il “nemico” e subito contro i generali che danno ordini senza sapere cosa fanno, che impongono di salire e poi scendere - a caso sembrerebbe - senza avere mai patito il freddo l’umido la fame il sonno il morso feroce dei pidocchi che senza pietà infestano immediatamente la biancheria e i vestiti, le rare volte in cui si riesce ad averne di puliti. Giovanni Paolone, fotografo di professione, sul suo sito dichiara: “Ho sempre scritto storie. Perché quando il mondo di qua comincia a non piacermi più, vado a rifugiarmi nel mio e lì me la spasso alla grande”. E forse la sua professione spiega in qualche modo il romanzo. Cosa fa un fotografo se non creare ricordi? E cosa meglio del ricordo, soprattutto quando a distanza di così tanto tempo, ci riporta nitida e pulita la visione di quanto sia sporca inutile e nefanda la guerra. Manca una “storia” nel senso vero e proprio del termine, forse l’argomento è un po’ già sentito, ma la scrittura quasi poetica di Paolone gli fa meritare due panini ben imbottiti. Se riuscirà come gli auguro a unire una bella scrittura a una storia, è sicuramente un esordiente da tenere d’occhio.