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Il sindaco imperfetto

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A Letojanni, in Sicilia, è nuovamente tempo di elezioni e Francesco De Bellis, avvocato cinquantenne con uno studio avviato a Milano, si ricandida alla carica di primo cittadino in quella che è la sua terra di origine. Certo, non è affatto semplice svolgere le funzioni di sindaco in un paese siciliano e contemporaneamente lavorare come avvocato a Milano: lui, però, si è organizzato bene e non solo ci riesce con successo facendosi rieleggere a ogni tornata elettorale ma ora vuole anche convincere i suoi concittadini ad apportare “migliorie” a Letojanni così da farlo diventare “quasi” un paese in grado di richiamare turisti. La sua ultima trovata è quella di far ridipingere tutte le facciate delle case di bianco così da farlo assomigliare il più possibile a Ostuni, la celebre città bianca pugliese. E di questa cosa lui è talmente convinto da spiegarla e promuoverla anche al bar Da Ciccio, celebre ritrovo degli elettori cittadini della parte politica avversa alla sua. Gli avventori del bar, però, non solo gli contestano l’idea dicendogli che non hanno soldi da spendere in rifacimenti di facciate ma che questa volta la sua elezione non sarà né facile né scontata perché il suo avversario politico, anche lui candidato a sindaco di Letojanni è uno che “sale da prua e scende da poppa”. Qualsiasi cosa voglia dire. Ma chi è questo Meneo che contende a De Bellis la fascia tricolore? E che possibilità reali ha di farsi eleggere al posto del rampante avvocato?

Il sindaco imperfetto ha una trama a macchia di leopardo che impedisce a chi legge di appassionarsi davvero a un qualsiasi aspetto della storia. Se ci si fosse focalizzati sull’analisi dei cambiamenti sociali di una comunità tutto sommato chiusa e fortemente identitaria l’idea di fondo avrebbe anche potuto funzionare: un avvocato ambizioso che pur lavorando a mille chilometri di distanza riesce a farsi eleggere più di una volta perché le sue radici e i suoi legami familiari sono un requisito di primaria importanza. Ma così non è. L’autore lascia come “in sospeso” questa narrazione e sposta l’attenzione di chi legge sul sentimentalismo, o meglio su un sentimento che, neppure questo, riesce a essere sviluppato con le giuste dinamiche di racconto tanto che chi legge non solo non si appassiona ai dolori del “non giovane De Bellis” ma quasi si infastidisce per la non credibilità di sentimenti che fluttuano tra opposti moti dell’animo senza soluzione di continuità. Senza parlare dell’assoluta incapacità autoriale nella costruzione dei personaggi, che risultano tutti scialbi, banali, superficialmente accennati e del tutto incapaci di far scattare l’interesse e l’identificazione nel lettore. La stessa Gemma Miller Boly che “sulla carta” avrebbe avuto tutti i requisiti per diventare il personaggio controcanto del protagonista viene liquidata in una frase come: “Gemma Miller si stava rivelando un osso duro, una gran volpona dell’oratoria: con quel faccino ingenuo menava colpi bassi senza scrupoli”. Gran volpona. Faccino ingenuo. E quindi in questo romanzo non c’è ricerca stilistica, non c’è storia e non c’è costruzione dei personaggi: quasi impossibile per noi esprimere un giudizio motivato sugli stereotipi di un prodotto artistico se manca l’intrinseco valore dell’opera stessa. Pertanto, il giudizio non può che rimanere quello relativo a un tentativo autoriale. Ma un tentativo di libro non è un libro.