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Il sogno del cammino

Il sogno del cammino

Un uomo fuori dalla collettività, una voce sola – due piedi e basta – cammina nelle notti urbane, fatte di pestaggi e droghe, di crimini taciuti. Vive, spesso con scarsa coscienza a causa dell’alcool, il mondo sommerso della città, quello chiuso nella notte che tutto avvolge e perdona, col suo mantello buio. È una madre troppo benevola, la notte. Vizia e non corregge. Lascia vagare, cadere, farsi male… i suoi figli. È testimone silente. Il protagonista è, invece, spesso un testimone assente – e quindi inutile – delle sue notti di vagabondaggio. Non salva gli altri e non redime sé stesso, semplicemente perché, di fatto, non c’è: è altrove pur essendoci nel corpo. Perché camminare è un sogno, qualcosa che viviamo ma che, in effetti, non esiste, non ci appartiene davvero, ma ci lascia solo addosso un’emozione strana, fatta di paura e/o sollievo. Quel che abbiamo vissuto non è esistito davvero, se non nella nostra mente… così anche il mondo è una mera apparizione, un’epifania fugace che dura appena il tempo di uno schiocco di dita. È quando i camminatori diventano tanti – una “repubblica di camminatori” – che, invece, quel primo viandante diventa un uomo con una méta, un uomo che sa (o che sa di non sapere), che non ha paura di crescere, camminando…

Con una scrittura tersa e cristallina, Antonio Moresco ci porta sui suoi passi, nel suo girovagare prima, e nel suo camminare poi. Ci disegna il sogno del cammino, rende tangibile un’essenza o un’assenza. Se sopravvivere è vagare e vivere equivale a camminare insieme, null’altro resta. Il viaggio stesso – il cammino – è epifania e scoperta, ricerca e svelamento. Conoscere il dubbio è sapere. Camminare insieme nell’incognita costante del prossimo passo è vita. Nessuna strada è invalicabile, nessun sentiero eternamente solido. L’errore o l’errare siamo noi. Il perseverare nel cammino è umano. Nessun uomo si fermerà mai, finché uno solo camminerà anche per lui, con lui. Non esiste requie, perché fine e inizio si equivalgono, si sovrappongono come un piede e la sua stessa impronta. La sosta è il tempo in cui si attende il nuovo cammino. Andare è il nostro unico onere, il nostro anelato onore. La pace è nella fatica dell’incedere; il respiro nell’affanno dell’andare. E, intanto, i nostri piedi cambiano – si accompagnano e si lasciano – per restare ed eternamente camminare.