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Il solo modo per dirsi addio

Il solo modo per dirsi addio

A come alt, “tutto”. Tutto prima o poi finisce. La fine arriva per tutti. La tradizione ebraica crede che l’uomo muoia due volte: “la prima quando il cuore cessa di battere [...] e la seconda quando il nome del defunto viene pronunciato, letto o pensato per l’ultima volta”. Per questo l’artista Gunter Demnig ha ideato le “pietre d’inciampo”, pietre squadrate d’ottone con incisi i nomi degli ebrei vittime dello sterminio nazista. Ne esistono sessantasettemila. Quella di Hirsch Komissar, ucciso a Falstad nel 1942, è posta a Trondheim, in Norvegia. Di fronte ad essa si fermano Simon, Rikke, i loro due figli e Grete, nipote di Hirsch... Trondheim, 12 gennaio 1942. Hirsch Komissar è di turno al negozio di abbigliamento di famiglia, il “Mode Paris-Wien”. Riceve una telefonata dal servizio di sicurezza della Gestapo: è pregato di presentarsi al Misjonshotellet per essere interrogato. Sanno che la moglie Marie è ricoverata in ospedale, è la loro assicurazione affinché Hirsch e i figli non tentino di scappare. L’uomo non ha scelta. L’hanno visto aggirarsi al locale Kaffistova e giù al porto, lo accusano di avere rapporti con David Wolfsohn – è il fratello di sua moglie – e di ascoltare le notizie vietate della Bbc. Lo informano che lo tratterranno per approfondire l’indagine. Il giorno seguente, invece di liberarlo, lo ammanettano e lo portano nel campo di prigionia di Falstad, un edificio bianco circondato dal filo spinato. Hirsch sente che per lui è arrivata la fine... B come Bandeklosteret, il “Monastero della Banda”. Al 46 di Jonsvannsveien, a Trondheim, sorge una villa. Era il rifugio della banda della spia nazista Henry Oliver Rinnan durante la Seconda guerra mondiale. Nel seminterrato venivano torturati i prigionieri, le mura conservano ancora le tracce dei proiettili usati per fiaccarne la volontà e ucciderli. Simon scopre che nella villa è cresciuta Grete Komissar. “Perché diamine una famiglia ebraica decide di andare ad abitare in una casa che per tutta Trondheim è il simbolo del male?”, si domanda...

Ad un serrato e vario vocabolario fatto di parole comuni che descrivono, puntualizzano, evocano immagini delicate o brutali, lo scrittore norvegese Simon Stranger affida la struttura di questo suo primo romanzo – pubblicato nel 2018, vincitore del Norwegian Booksellers’ Prize e del Riksmal Prize. Le pagine de Il solo modo per dirsi addio accolgono la storia della famiglia d’origine della moglie dell’autore, i Komissar, ebrei norvegesi vittime della persecuzione nazista. Una ricerca, quella di Stranger, che ha inizio quasi accidentalmente, di fronte alla pietra d’inciampo di Hirsch Komissar posta a Trondheim. Da lì la necessità – il dovere – di approfondire, di percorrere la Storia a ritroso attraverso documenti d’archivio, appunti, album di famiglia, conversazioni, ricordi, interviste, visite in prima persona a luoghi-chiave come la tristemente nota cantina del Bandeklosteret. Ad intrecciarsi con la storia di cinque generazioni di Komissar c’è quella della spia filonazista Henry Oliver Rinnan e del suo gruppo, il “Sonderabteilung Lola”, attivo durante la Seconda guerra mondiale. Stranger ricostruisce la biografia di Rinnan – figlio di un calzolaio, di bassa statura e complessato, opportunista, spietato aguzzino, omicida –, si interroga sulla natura del male (“da cosa dipende il fatto che, sotto il maglio del male, certi individui si rinsaldano mentre altri cedono, si spezzano e diventano cupi, guastati, distrutti?”) e sulle sue indicibili conseguenze, alternando a una narrazione in terza declinata al presente capitoli in cui si rivolge direttamente a Hirsch Komissar, tentando di immaginarne le emozioni e i pensieri negli ultimi, terribili giorni trascorsi al campo di Falstad. Stranger racconta le sfumature particolari di una tragedia collettiva, ne restituisce senza sconti la spesso ineffabile crudezza, colma i vuoti narrativi con una prosa limpida, chirurgica, coinvolgente. Tra realtà storica e ricostruzione la penna di Stranger trova, con intensità e rispetto, il modo di “accostarsi a eventi per i quali non esistono parole, talmente inconcepibili e disumani che il solo tentativo di elaborarli richiede una sorta di stampella per sorreggere i pensieri e le emozioni”. Il solo modo per dirsi addio è un esempio di come la letteratura possa farsi sostegno. Per evitare la “seconda morte” e strappare gli innumerevoli addii mozzati all’oblio. Perché il silenzio non cali mai su tutte le storie – alle historiene – da custodire.