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Il sonno degli altri

Il sonno degli altri

È luglio a Napoli e Maria va in ospedale dove il papà sta combattendo la sua ultima battaglia, lui che a cavallo ne ha combattute tante con il suo reggimento. I suoi occhi sono spalancati, come fosse sorpreso che, dopo tanto lottare, proprio ora sta per morire. È un’infermiera che dopo aver preso il caffè durante la pausa pranzo entra nella stanza e si accorge che l’uomo è passato a miglior vita. Buon viaggio, generale, mentre la figlia comincia a essere assalita dai ricordi. A tre anni, con la sorellina Lucia e il fratellino appena nato Antonio, si trovano nella stessa stanza dei genitori. Una luce sul comodino e tutto il resto in ombra. La mamma sul letto grida: “Non voglio morire!”. Che poi, ad essere precisi, Maria non sa se questo è davvero un ricordo o se è il ricordo di un sogno, perché a volte le due cose si accavallano. Vengono richiamati alla mente da un’immagine, un suono, un odore, ma, soprattutto per i più “antichi”, è difficile stabilirne la veridicità. Ma Felicetta no, lei è reale, è la donna chiamata a fare da balia al piccolo Antonio e quando non lo allatta se ne sta su una sedia a guardare tutta la famiglia, a braccia conserte. Ed è anche piuttosto severa con Maria e Lucia. Ogni tanto racconta dei suoi bambini: la più grande, Rita, ha quasi cinque anni. E poi ne ha altri due, dei quali, però, Maria non conserva grandi ricordi. Tra le cose che riaffiorano alla mente, in mezzo a tanti flash, c’è anche il dentista con lo studio al Pantheon (la famiglia nel frattempo si è trasferita a Roma per il lavoro del papà) che le toglie un dente e si raccomanda, quasi minaccioso, di non mangiare niente, soprattutto il riso perché va a finire nella ferita. E invece quella sera, proprio quella del dentista, Felicetta cucina il riso, causando un attacco violento di panico e urla a non finire per la paura che un chicco finisca nella ferita, determinando la morte di Maria...

Avere ricordi comuni per una famiglia “è anche avere le stesse foto in un cassetto”. È una frase che colpisce in questo romanzo, che costringe a fare il punto della propria vita e sulla propria famiglia. E in questa nuova fatica di Maria Rosaria Petti i ricordi di famiglia la fanno da padroni: un po’ sono quelli diretti della protagonista e un po’ quelli indotti e raccontati dalle varie voci vicine, siano esse della mamma, delle nonne o della zia. È quello che succede un po’ in ogni famiglia, quando si incamerano storie e notizie non vissute, perché magari non si era ancora nati o si era troppo piccoli per ricordare o forse lontani. Sono racconti che servono a far quadrare il proprio vissuto, a completarne il quadro, a mettere dei limiti a quei ricordi che a volte si confondono con la fantasia, con i sogni, a far mettere i piedi per terra al proprio background, che a volte ci sfugge e siamo soliti abbellire a nostro piacimento. Anche Maria con i racconti di famiglia riesce a dare un contorno preciso alla sua storia. Tra l’altro a lei le storie piacciono, visto che ha deciso di scriverne, da grande, ma proprio perché sostiene di essere lei a decidere la piega che devono prendere, il loro sviluppo, chi deve fare cosa e in che termini, spesso si ritrova a lavorare di fantasia anche con il proprio passato. Un libro vero, al di là degli accadimenti, perché ogni famiglia ha i propri, ma in ogni famiglia si fa anche i propri racconti, che servono alle nuove generazioni per capire le proprie origini e il proprio trascorso, tra liti, condivisioni, legami forti o legami interrotti per sempre, perché mai nessuno fa il primo passo, anzi spesso si incolpano gli altri per i propri misfatti, come ha fatto la nonna paterna della protagonista che però non si è mai assunta le proprie responsabilità. E il lettore, piano piano, costruisce la storia di questa famiglia, spesso facendo paragoni con le vicissitudini della propria, richiamate alla mente dal romanzo.