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Il tempo di tornare a casa

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È un mattino d’autunno senza sole. L’uomo con il berretto giallo calato sul viso e lo zaino Pucca in spalla si trova al binario 1 di una stazione di provincia. Ha appena partecipato a un festival letterario. È arrivato lì alle dodici e trentadue, mai il treno che lo avrebbe riportato a casa è partito alle dodici e trenta; quindi, tutto quello che lui ha potuto vedere appena sbucato dalle scale sono stati gli ultimi vagoni sparire in lontananza. Negli ultimi tempi gli è capitato spesso di perdere treni, anche perché, per qualche strano gioco del destino, quando si arriva in stazione in anticipo il treno ritarda, mentre quando si è leggermente in ritardo si scopre che il treno è partito puntualissimo. Ora sarà costretto a trascorrere in quella stazione sconosciuta le prossime tre ore della sua vita, in compagnia di un vento gelido che si fa strada all’interno tutte le volte che le porte dell’atrio si aprono. L’uomo decide di chiamare la moglie, perché non stia in pensiero, poi si guarda intorno. Nella stazione ci sono una biglietteria, una libreria, una piccola sala d’aspetto e un negozio di gadget. L’uomo visiterà quei luoghi più tardi. Per il momento non vuole fare nulla, se non ascoltare e assaporare ciò che lo circonda. Nel frattempo, nella sala d’aspetto, Marta si è seduta con le sue tre borse della spesa messe una davanti, una a destra e una sinistra, come se stesse realizzando una composizione. Non ha biglietto, Marta, né un posto dove andare. Ha solo deciso che oggi non tornerà a casa. Non c’è nulla per lei, a casa. L’unica cosa che le viene in mente sono le cotolette che si stanno scongelando dentro la borsa gialla, quella a destra. Marta ha cinquantanove anni, una figlia sposata, un figlio che fa l’operaio in una città lontana - entrambi le telefonano di rado - una mamma che non la riconosce più, le amiche dileguate e un vicino di casa, quello del piano di sotto, che non la saluta da due anni…

“Io credo che le storie servano a scaldarci quando il vento è troppo freddo, a farci sentire meno soli, a sapere che tutti, a prescindere dal treno, condividiamo lo stesso viaggio”. È racchiusa in queste parole l’anima del nuovo lavoro di Matteo Bussola - ex architetto in un ufficio tecnico e ora autore di diversi bestseller -, una storia che racconta diverse vite e differenti esistenze colte in un momento preciso e in una particolare situazione. C’è infatti una stazione ferroviaria a fare da palcoscenico fisso sul quale si muovono storie ora allegre, ora tragiche, ora buffe, ora cariche di paura, mentre un uomo dal berretto giallo e dall’improbabile zaino si fa regista e trait d’union. Storie comuni, che spesso capita di incontrare anche al di fuori della pagina scritta, ma alle quali spesso si finisce per non dare importanza e delle quali non sempre si colgono i messaggi impliciti. Un regalo insignificante ed acquistato all’ultimo momento diventa elemento che può segnare la differenza tra una fine o un nuovo inizio; un oggetto che si rompe può farsi preludio ad una nuova sceneggiatura per la vita di qualcuno; una fuga da regole imposte e non condivise diventa occasione di apertura ad un nuovo dialogo. Mille vite che si sfiorano senza toccarsi e che si intrecciano anche quando i protagonisti non se ne rendono davvero conto. Ma qual è l’elemento che accomuna gli istanti vissuti dai personaggi di questo romanzo corale, una sorta di raccolta di racconti che possono essere letti ciascuno in maniera autonoma oppure come un tutt’uno? È il ritrovarsi, è il ritornare a casa, quel luogo delle relazioni privilegiate nel quale, più che altrove, è possibile riscoprire se stessi proprio attraverso la relazione. Perché, in fondo, il tema principale del libro è l’amore, declinato in molte delle sue forme. Dall’amicizia alle storie di coppia, dal rapporto con i genitori al legame con i figli e con gli amici; per ogni situazione è l’amore la risposta, quell’amore che altro non è che “stare lì. Smettere di proteggersi. Permettere all'altro di avvicinarsi a distanza di coltello”. Il romanzo di Bussola è una carezza per l’anima, un delicato gioco di specchi che celebra l’empatia e mostra il potere salvifico delle storie; è l’occasione per ricordare che anche l’attesa è un momento importante nel proprio cammino, quello che consente a ciascuno di riappacificarsi con il proprio passato e il proprio presente, per muoversi con maggior consapevolezza verso il futuro.