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Il tempo è un dio breve

Il tempo è un dio breve

Ildegarda è una giornalista, collaboratrice di riviste religiose. Porta il nome che le ha dato sua madre, una contadina esperta in erbe medicinali. È in onore di Hildegard von Bingen, la grande mistica ed erborista del dodicesimo secolo. La vita di questa santa e il contatto con i mali delle persone che venivano a cercare rimedi naturali dalla madre spingono Ildegarda a coltivare un profondo amore per le piante e a studiare teologia, per interrogare Dio in un modo tutto suo, diretto. La donna vive in un paese della piatta pianura lombarda chiamato Villacadra, nella villa di famiglia di suo marito Pierre. Anche lui è un giornalista, si occupa di politica estera ed è spesso in viaggio per lavoro. Il loro rapporto è fatto di tanti silenzi, ma è all’apparenza tranquillo, nonostante le pesanti intromissioni della suocera. Donna abituata a manifestare la sua superiorità nobiliare e il maniacale controllo sui figli. Tutto cambia alla nascita di Tommaso. Ildegarda e Pierre non lo avevano programmato e se lei è felice, in lui si apre un crepaccio nell’anima. Pierre porta dentro di sé un’inguaribile sofferenza, è infelice e pessimista. Lui è un figlio non voluto e lo sa. La sua infanzia è una girandola di tate, istitutrici e governanti. Pierre ha sposato Ildegarda non tanto per amore, quanto per la prospettiva di potersi dimenticare del passato e prendersi un po’ di pace. Tommaso a tre mesi è affetto da una dermatite molto estesa che gli dà un prurito continuo e lo innervosisce. Seppur vivace e allegro quella sua “scorza” lo rende diverso. Nessuno lo vezzeggia come gli altri bambini, nonostante gli sforzi di Ildegarda nel dire: “È solo una dermatite, non è contagiosa e passerà”. Lei vorrebbe qualche spiegazione dall’alto, sui motivi per cui si debba accettare che i bambini, e il suo in particolare, siano vittime di offese, dolori o morte. Interroga Dio e le scritture per avere una risposta e la paura per suo figlio si fa strada fin nel suo profondo. È sola in questa battaglia, da suo marito nessun appoggio. Pierre infatti abbandona la famiglia, tagliando di netto i ponti per andare a Londra...

Il tempo è un dio breve, secondo romanzo di Mariapia Veladiano, ha avuto una genesi molto lunga, ben dodici anni. Come sottolinea l’autrice, nel frattempo lei ha fatto altro, ma questo periodo è servito per far crescere i personaggi e levigare lo stile, rendendolo essenziale. C’è molta teologia in questo romanzo ma è narrata attraverso la voce limpida di Ildegarda, la protagonista, che la rende apprezzabile e mai noiosa. Le domande che si pone sono universali e non solo appannaggio di chi ha fede: “Perché Dio non ferma chi uccide, chi violenta, chi distrugge, chi compie il male, chi muore innocente e senza motivo? Perché lui che tutto può in realtà non può fare nulla?”. Ildegarda si sofferma a meditare sull’esistenza del male e sull’assenza di un Dio troppo silenzioso, e forse non proprio onnipotente, che consente che il male esista. Un tema antico quanto l’uomo, un pensiero che accomuna, in maniera spietata, chiunque si trovi a dover gestire il dolore, la malattia, la morte. La passione di una madre per il proprio figlio è viscerale e assoluta. Quando Pierre sparisce senza lasciare alcun recapito, la donna si ritrova a vivere solo per suo figlio. Ildegarda combatte contro la paura - tanto forte da toglierle il respiro - per la salute di suo figlio, una paura che quasi le impedisce di vivere. Ha paura prima ancora che capiti qualcosa. Se ad un evento si deve far fronte, la paura invece la possiede completamente e la chiude alla vita. Se per Tommaso la mamma si annulla, il padre sparisce. Pierre appartiene a una famiglia agiata e di una certa nobiltà. Nato, ma non desiderato né amato. Passa la sua infanzia senza madre, perché depressa e ricoverata in ospedale e senza padre, morto qualche mese dopo la sua nascita. È cresciuto con l’impressione di essere un intruso e di aver condannato, con la sua nascita, sua madre alla malattia. In questo baratro sprofonda il suo animo. Per lui la vita degli affetti, la serenità interiore, l’entusiasmo per il futuro, svaniscono lasciando solo vuoto e amarezza. Quando Pierre chiede il divorzio, toccherà a Ildegarda spiegare al figlio l’abbandono. È questa la violenza tremenda che le ha inferto Pierre. Per sfuggire alla disperazione e alla solitudine, si rifugia a Campodalba, nell’hotel degli Helfgott, sotto la Croda di Luna, nell’Alto Adige, col suo bambino. È Natale, neve e gioia per tutti. Dopo la messa, Tommaso indica alla madre un uomo, alto e robusto, che piange. Anche lui, come Ildegarda, è un naufrago della vita. Si chiama Dieter, è un pastore luterano di Heidelberg, anche lui a Campodalba per sfuggire alla disperazione. Ha perso un figlio di otto anni, di nome Martin; poco dopo sua moglie è scomparsa da casa. Si instaura tra Ildegarda e Dieter una comprensione immediata, che si traduce in amicizia e si conclude in amore. Anche Tommaso si avvicina con fiducia a Dieter. In realtà, quando il bambino ha un violento attacco epilettico è lui, Dieter, a sostenere la madre e ad aiutare il bambino a riprendersi. La vita rinasce, in tutti e tre. L’amore, quando è autentico, rinverdisce gli animi e dona sapore alla vita. È quanto sperimentano Ildegarda e Dieter, durante una notte di luna. È l’amore che permette alla vita di dire ne vale la pena. Il romanzo ha un finale nello stesso tempo triste e rassicurante. Triste, perché il rifiorire della vita di Ildegarda è bruscamente interrotto dalla scoperta di un cancro. Rassicurante per l’orizzonte che le dischiude la fede, che lei ha conservato tra dubbi, ribellione, intermittenze e per Dieter, che le resta accanto con un amore sempre più forte. “Nella felice notte, segretamente, senza essere veduta, senza nulla vedere, senza altra guida o luce fuor di quella che in cuore mi riluce”. Con questi versi di san Giovanni della Croce, Ildegarda ci mostra la potenza dell’amore, declinato in ogni sua forma.