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Il tempo perso in aeroporto

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L’aeroporto come simbolo dell’andare, dello spostarsi, del tempo dell’attesa, dello spazio considerato come un luogo altro dove immergersi, portando con sé il proprio essere tutto, racchiuso nell’immagine dei bagagli (“Misuro il tempo perso in aeroporto / all’andata e al ritorno. / Deposito, ritiro del bagaglio”). Al di fuori della metafora dell’aeroporto, il tempo si srotola e si accatasta, nell’abitudine (“Le briciole, la polvere, i capelli / sotto i divani, agli angoli si ammucchiano / memento mori della consuetudine”) e nemmeno ci si accorge del giorno della settimana, del mese (“di giorni senza calendari appesi”). Anche l’acqua, nella fattispecie la laguna di Venezia (pare di intendere), ha, dalla sua, una fascinazione del tempo (“la risacca bagna lenta / pontili e boccaporti. Qui il tempo è arreso (“tutto è stasi / attesa / della marea che sale), o avanza e arretra (“l’acqua cupa / sale e scende nel muoversi dell’onda”, “Flussi nascondono le fondamenta, moto alterno che nuota negli spazi”) mentre altrove si conta alla rovescia, in un movimento quindi a ritroso (“Siamo io e te in questo conto alla rovescia”, “il conto alla rovescia / verso il prossimo imbarco, nuovo viaggio”). Altra declinazione del tempo è la memoria, o meglio i ricordi, spesso persi in un ossimoro di “continua perdita di memoria”. Per sfuggire a questo trend che può immalinconire l’esistenza, ci si rifugia allora in un sogno da svegli come può essere un videogioco che, anche qui, mantiene il senso simbolico: un problema, un ostacolo da superare per arrivare ad un livello successivo può figurarsi come un concreto disagio o problema della vita vera, o presumibilmente anche l’unica possibilità di poter gestire, comandare il tempo…

Lorenzo Foltran, dopo In tasca la paura di volare (Oèdipus, 2018), ritorna con questa seconda raccolta in cui si concentra su alcune specificità del periodo storico attuale: il tempo che scorre quasi meccanicamente, la partenza e la conseguente lontananza dal luogo in cui si vive (particolare biografico del poeta che è nato a Roma ma vive un Francia), gli occhi fissi su uno schermo, che sia per lavoro o come tentativo escapologico (i videogames). Si tratta di un interessante mash-up di linguaggio lirico e registro più quotidiano, spesso riscontrabili nella stessa poesia, che smuovono i versi e li rendono dinamici. Spazio e tempo sono in simbiosi, si nota anche una certa alienazione da lavoro, nella più pura concezione marxista, espressa chiaramente nella chiusa “E in pochi vicoli emersi si perde/torbidi e stanchi, il senso di sé stessi”. Così pressante il peso del lavoro che a volte persino nel sogno scaturiscono oggetti e pensieri che sottendono la giornata lavorativa. L’impressione che mi ha lasciato la lettura, e si sa quanto le poesie catturino nel lettore pensieri diversi e probabilmente lontani dall’idea stessa del poeta, è la visione di un buco nero: il tempo che si dilata e si contrae, lo spazio che segue la stessa sorte (si passa da un aeroporto, quindi uno spazio grande, ad un divano o a una stanza) mi ricorda l’andamento delle onde gravitazionali che sussistono nel “nulla” dell’antimateria. D’altronde l’alienazione, le perdite che permeano le poesie della raccolta non offrono una visione molto diversa da un buco nero.