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Il terzo amore

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Elena è al lago per salutare suo figlio. Si chiama Giovanni, ma la madre lo chiama Anni. Elena lo ha affidato a una famiglia che vive tutto l’anno in un vecchio paese sul lago Maggiore e si reca a trovarlo ogni tanto, quando le è possibile. La prima volta che è andata in quel luogo non era sola, ma con Giulio, il padre di suo figlio. Quel giorno spirava un vento freddo, quasi invernale. Si erano fermati in un albergo per il pranzo ed avevano mangiato mentre il vento squassava il pergolato della terrazza che dava sul lago. Fino a sera i due avevano chiacchierato e lei gli aveva raccontato del suo lavoro di pellicciaia in un vecchio laboratorio, in cui il proprietario faticava insieme alle operaie. Quando era scoppiato un violento temporale, i due avevano capito che la corriera che avrebbe dovuto riportarli in città non sarebbe passata e avevano trascorso la notte nell’hotel, insieme. Ora che Anni comincia a farsi grandicello, di Giulio non c’è neppure l’ombra e, a dire il vero, l’uomo si era già dileguato da tempo quando il piccolo è nato. Elena è nata in un piccolo paese del meridione e a Milano è sempre stata sola. Così, quando Anni era sul punto di nascere, lei è stata costretta a lasciare il suo lavoro da pellicciaia. Fortuna che, dopo la nascita del piccolo, quando la disperazione l’aveva colta e lei stava per lasciarsi andare completamente, il signor Margoni, il proprietario della pellicceria, è venuto in suo soccorso e le ha proposto una nuova attività. Margoni conosceva un capocomico che avrebbe potuto farla entrare a lavorare in teatro: lì il guadagno sarebbe stato più alto rispetto alla pellicceria e, in fondo, Elena aveva più volte manifestato il desiderio di fare l’attrice. Margoni è sempre stato un uomo buono ed ha sempre mantenuto ogni promessa fatta a Elena. Ecco perché Elena, che ora fa l’attrice, ha chiamato il figlio Giovanni, proprio come colui che l’ha sempre aiutata…

Che Scerbanenco sia stato uno dei maggiori giallisti nel panorama letterario italiano del secolo scorso è indubbio. C’è tuttavia un’altra faccia della medaglia, uno Scerbanenco, sconosciuto ai più, che si è cimentato - all’inizio della sua carriera, quando ancora Duca Lamberti e Arthur Jelling erano lontani dalla sua penna - nel romanzo sentimentale. Ne ha scritti diversi, sotto falso nome, per riuscire a sfuggire ai rigidi limiti imposti dal regime mussoliniano. Lo stile dell’autore e la sua spietatezza nell’analizzare la realtà - così tipici dei suoi lavori più noti - si trovano anche tra le pagine di questo romanzo, identificato dalla biografia ufficiale come il primo in assoluto della sua produzione. Nato da un episodio contingente che lo stesso Scerbanenco cita nelle note a margine, il racconto è la storia di una femme fatale, una madame Bovary milanese, bella e sensuale madre di un bambino frutto di un’ingenuità giovanile, costretta a destreggiarsi tra una serie di uomini che fanno a gara per conquistarla, utilizzando le armi più affilate di cui dispongono. Una vicenda triste e tragica che descrive una donna che tenta di rifuggire la noia di una routine grigia e sempre uguale a se stessa e trova rifugio dapprima tra le braccia di un nullafacente figlio di papà e di un mondo, quello dello spettacolo, fatto di luci e lustrini, ma anche di meschinità e di ricatti. Sarà un ex datore di lavoro a concederle una seconda occasione che sa di riscatto, mentre il suo destino prevederà anche un terzo amore e una possibilità del tutto inattesa. Scerbanenco mostra, tra le pagine del romanzo, la sua abilità nel raccontare con realismo estremo l’ambiente operaio del periodo a cavallo del secondo conflitto mondiale e nel fare di Milano, con la sua periferia grigia ancora alla ricerca della propria identità, l’indiscussa protagonista della vicenda. Un impianto narrativo solido e un’analisi accurata della psicologia dei personaggi contribuiscono a fare di questo scritto un’opera davvero interessante, che contiene in embrione quelli che diverranno i tratti inconfondibili del giallista più maturo.