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Il trattamento del silenzio

Il trattamento del silenzio

Come al solito piove. Si tratta di un autunno piovoso e noioso all’inverosimile, pensa Antonio Casalegno mentre guarda verso la finestra affacciata sul cortile interno della questura di Milano. C’è una calma piatta, davvero fastidiosa. Anche nei corridoi della divisione dell’Unità Analisi del Crimine Violento la routine è stanca. Da quando il commissario Mario Mandelli è in congedo semestrale, Casalegno si sente abbandonato, un vero e proprio orfano. Quando, tre mesi prima, si sono trovati nel solito bar davanti alla questura, Mandelli gli ha comunicato la sua intenzione di prendersi una pausa, un momento di distrazione, per potersi togliere di dosso tutto il marciume che tanti anni di indagini gli hanno fatto accumulare. Per Casalegno, si è trattato di un mezzo disastro: perdere l’anima gemella sul lavoro è stato un colpo piuttosto duro e ora, in questa giornata monotona e piovosa, c’è anche il messaggio vocale di Stefania appena arrivato sul suo telefono a rattristarlo. Stefania Sileri, la bella patologa con cui da tempo intrattiene una relazione piuttosto complicata, gli ha appena scritto di avere qualcosa di importante da comunicargli e lo ha invitato a contattarla appena possibile. Si tratta sicuramente di guai, pensa Casalegno dopo aver analizzato il tono piuttosto formale del messaggio e, a seguire, ogni singola parola che lo compone. E allora, per smettere di far risuonare il segnale d’allarme che quel messaggio ha azionato nella testa dell’ispettore, non resta che attivare la modalità rinvio. Casalegno chiude la schermata dei messaggi, silenzia il cellulare ed esce dalla stanza, diretto all’ufficio di Zilli, detto Mac. Zilli, un genio dei pc, è un consulente della questura per le indagini di informatica forense. Ed è anche l’uomo che può aggiornare Casalegno sulle condizioni di Marica Ambrosio, l’agente che qualche mese prima, nel corso di un’operazione, ha fatto fuoco su un serial killer e lo ha ucciso. Dopo di che, lei stessa è andata a pezzi...

Se il primo romanzo della serie che vede in azione il commissario Mandelli e l’ispettore Casalegno è stato un ottimo esordio, il secondo si rivela una conferma della capacità di Gian Andrea Cerone – savonese d’origine e milanese d’adozione, esperto di comunicazione, finalista al Premio Scerbanenco e vincitore del Premio Franco Fedeli dedicato alla narrativa poliziesca con Le notti senza tempo – di maneggiare le tecniche narrative del giallo e di imporsi come voce nuova e originale nel panorama autoriale italiano. Dosando con sapienza gli ingredienti del giallo e del noir, Cerone mostra al lettore una Milano gonfia di pioggia e di corruzione, una città grigia e triste intrisa di sangue. Due collezionisti d’arte orribilmente trucidati, un maniaco che cerca le sue giovani vittime tra le fila delle studentesse universitarie, un libro esoterico scomparso: diverse sono le trame di una caccia senza esclusione di colpi che i membri della UACV – l’Unità di Analisi dei Crimini Violenti – sono chiamati a risolvere. E si tratta di una caccia non semplice, disseminata di falsi indizi e di piste ritenute inizialmente valide e che finiranno invece per mostrarsi ingannatorie. A dare una mano ai fantastici Mandelli e Casalegno – coppia operativa eccezionale – saranno un maggiore dei Carabinieri acuto e dalle brillanti intuizioni e una tosta poliziotta di origine valtellinese, il cui contributo sarà preziosissimo. Una prosa asciutta e carica d’ironia, capace di raccontare la normalità del male e la malvagità umana; trame e sottotrame complesse quanto basta e curate nel dettaglio e un finale con il botto sono i tasselli di un puzzle in cui ogni tessera, alla fine, trova la propria collocazione e soddisfa anche il lettore più esigente, che chiude il libro soddisfatto, ma già desideroso di conoscere le nuove avventure di Mandelli, Casalegno e tutta la squadra. Avventure alle quali si spera Cerone stia già lavorando.