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Il trattato dei sogni e degli incubi

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Scandicci, 1984. I nonni che devono unirsi al nucleo familiare, la necessità di trovare una abitazione più grande: a Scorpione - così lo chiamano gli amici - diciassettenne alle soglie della maturità, quella casa vicina al cimitero è sembrata essere la soluzione perfetta per non rischiare di dover cambiare città e giro di amicizie. Solo nel corso dei lavori di ristrutturazione - complici i colori accesi con cui sono state dipinte le varie stanze -, l’edificio ha iniziato ad assumere un aspetto spettrale. Il papà ha appena scoperto qualcosa che non vede l’ora di mostrare a suo figlio: una botola in cantina che conduce ad uno scantinato colmo di scatole; sul muro del seminterrato ci sono impresse le iniziali e la data di nascita del ragazzo: il segno di una inquietante predestinazione? In mezzo agli scatoloni c’è un piccolo cofanetto che custodisce un vecchio libro con la copertina rigida, dalle pagine gonfie di umido: Il trattato dei sogni e degli incubi. Il volume reca sul frontespizio l’anno di pubblicazione, il 1753, e la città di stampa, Venezia. La firma che chiude il manoscritto, “Satan”, fa pensare più ad uno scrittore megalomane che all’autografo del principe delle tenebre. Eppure una strana apatia si impossessa del giovane lettore subito dopo aver dato una scorsa al testo, uno stato di malessere che gli fa prendere una decisione: quel volume dovrà restare nascosto. Elia, l’unico amico a cui lo mostrerà tempo dopo, andrà incontro a un orribile destino. E non sarà l’unico…

“Come se non bastasse, ad alimentare un alone pieno di mistero, subito dopo il mio sguardo scivolò su un piccolo cofanetto nascosto in mezzo a tanto disordine. Lo raccolsi da terra con l’eccitazione di chi aveva appena trovato un tesoro. All’interno dimorava un vecchio libro. Aveva la copertina rigida, al tatto ruvida, con sopra impresso un titolo che forse anticipava qualcosa di terrificante: Il trattato dei sogni e degli incubi. Le sue pagine erano spesse e ondulate, come se l’umidità e lo stato dell’antico volume volessero svelare il tempo immemorabile trascorso lì sotto…”. Francesco Cortelloni, classe 1969, fiorentino, una laurea in Filosofia Politica, esperienze di consigliere comunale presso il comune di Scandicci, ove attualmente risiede, è disegnatore e gestore di “Frammenti e trame”, storico locale e centro culturale fiorentino dedicato a rock, cinema, fumetti. Esplicitamente ispirato a Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, Il trattato dei sogni e degli incubi è un mystery con venature dark ma con troppe zone d’ombra. È, ad esempio, evidente il corto circuito che si innesca tra il prologo e la descrizione del ritrovamento del corpo di Elia a circa un terzo del romanzo, che solo lettori davvero poco attenti potrebbero lasciarsi sfuggire, e che toglie di fatto sostegno all’intero impianto dell’opera. Pur impreziosita dai disegni dell’autore, che rimandano dichiaratamente all’arte di Magnus, il creatore - assieme a Max Bunker - delle serie a fumetti Kriminal e Satanik -, la narrazione non riesce a decollare, priva di suspense, a tratti prolissa, piena di macroscopiche incongruenze (una serie impressionante di cadaveri in un gruppo di nove persone e inquirenti che osservano e non fanno neppure la voce grossa con i sospettati), caratterizzata da rappresentazioni bidimensionali dei personaggi. Qualche ingenuità di editing: perché “Caserma”, “Comandante”, “Procuratore”, “Maresciallo” con l’iniziale maiuscola? Lasciano perplessi anche i dialoghi: protagonisti di circa 18 anni che stanno vivendo una vicenda che comporta perdite confinate alla loro cerchia ristretta che pronunciano frasi come “È stata una semplice spinta inconscia a farci spalancare la porta. Poi, senza voler credere all’orrenda visione, ci siamo avvicinati al suo corpo sul letto”; oppure: “Hai ragione! Ci voleva una tregua. Dobbiamo superare anche questa ultima tragedia: siamo così giovani, tu più di me, che abbiamo il diritto di pretendere una vita più spensierata”. Il testo che dà il titolo al romanzo, dopo le interessanti premesse iniziali, che sembrerebbero preludere ad una intrigante storia gotica, e la citata sequenza della morte di Elia, ricompare nelle ultime pagine dello scritto - con tanto di collage artigianale operato sulla prima pagina di un testo (le Opere retoriche, anzi, rettoriche, come appare nella scrittura dell’epoca, di Cicerone?) stampato presso la tipografia di Giambatista Pasquali, editore e tipografo veneziano del Settecento, famoso per aver impresso il suo marchio sulle opere del Goldoni -, come elemento centrale di uno “spiegone” finale che confonde in modo ulteriore le acque e funge da pretesto per una serie di riflessioni filosofico-esistenziali che nulla sembrano aver a che fare con il racconto, a rafforzare l’impressione di due distinte strutture narrative fatte confluire in modo del tutto artificioso in una unica entità.