Salta al contenuto principale

Il trombettiere di Custer

Il trombettiere di Custer
Nella primavera del 1876 a Little Big Horn il VII Cavalleria ingaggiò un’aspra battaglia contro gli indiani Sioux e Cheyenne di Toro Seduto e Cavallo Pazzo. Qualcosa come 268 militari americani rimasero sul terreno, compreso il loro generale che si chiamava Custer. La compagnia fu sterminata ad eccezione del giovane trombettiere John Martin, che divenne da allora simbolo eroico per nazionalisti e conservatori. Ma chi era veramente questo ventitreenne dall’aria trasandata e dal linguaggio terribilmente sgrammaticato? Non tutti forse sanno che il suo vero nome era Giovanni Martino, emigrato negli Stati Uniti ancora ragazzino, nato povero e senza alcuna istruzione nel piccolo paese campano di Sala Consilina. Destinato probabilmente ad una vita misera e con l’unica speranza di un futuro migliore oltreoceano, s’imbarcò così come tanti altri migranti avevano fatto prima lui o che più tardi che avrebbero seguito il suo esempio. La vita però stava riservando per lui un percorso molto particolare… Robert Alan Zimmermann, prima di diventare quel Bob Dylan che chiunque al mondo conosce, bazzicava spettinato e sconosciuto nella New York dei primi anni sessanta cercando ingaggi, posti per suonare. Fu in uno dei locali notturni che all’epoca si stava facendo un nome, il Gerde’s, che conobbe Michele Porco, americanizzato in Mike Porco, all’epoca proprietario del locale. E fu proprio al Gerde’s, diventato punto fisso di ritrovo per i lunedì notte newyorkesi all’insegna della musica folk, che Dylan ebbe il suo primo vero riscontro, suonando come spalla al già famoso John Lee Hooker. Michele Mike Porco emigrò negli stati uniti nel ’33, ancora giovanissimo, sperando di trovare una fortuna e un mestiere migliore di quello di falegname al quale era destinato se fosse rimasto a Carolei, paesino alle porte di Cosenza. Senza Joe, ma anche Giovanni Gallo, senza la sua fama di boss spietato, senza quella sparatoria sul marciapiede che lo vide morire ammazzato all’alba del 7 aprile 1972, il ristorante italiano della Little Italy di Manhattan “Umberto il vongolaro” e Bob Dylan avrebbero un po’ di notorietà e una canzone rock in meno…
Il fenomeno dell’emigrazione di massa che portò giovanissimi e spauriti ragazzi italiani oltreoceano, verso le coste degli Stati Uniti e dell’Argentina, trasformò, come benissimo ci racconta nella postfazione Tiziana Rinaldi Castro, la vita di quelle persone in alberi sradicati che quei giovani uomini dovettero portare faticosamente sulle spalle, disorientati e impacciati, alla mercé di un futuro completamente slegato dal passato. Ma se da un lato quello stesso albero sopravvisse facendo crescere nuove ma corte radici, dall’altro permise loro di prendere strade particolari, penetrare in mondi ai quali non avrebbero mai potuto accedere se la loro vita avesse preso la piega naturale dettata dalla nascita in un determinato luogo e tempo. Questo per dare una sorta di spiegazione ai destini particolari, a volte funambolici, fortunati o meno, ai quali andarono incontro alcuni dei  nostri connazionali emigrati nel Nuovo Mondo durante la fine del diciannovesimo secolo e nei primi anni del Novecento. L’autore ci concede poi anche una sorta di spiegazione riguardo alla scelta dei personaggi e ai racconti delle loro vite qui narrate, spiegandoci un retroscena intimo e ricco di aneddoti, adatto per completare la raccolta di storie di vita realmente vissuta già di per sé curioso.