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Il trombonista innamorato e altre storie di jazz

Il critico musicale John Ferro, specializzato in jazz, decide di partecipare al Congresso Internazionale di St. Peter. Fa parte della corrente musicologica che non attribuisce importanza all’analisi della notazione musicale, privilegia invece l’aspetto comunicativo, sociale ed antropologico della musica. Col suo intervento ha in animo di sfidare la corrente opposta ed ha preparato quaranta ritratti di jazzisti storici che analizzerà dal suo punto di vista. C’è solo un problema: John Ferro scrive benissimo e, con le sue analisi su riviste e saggi, è figura autorevole, ma soffre di una perniciosa sindrome da neurosi d’ansia che lo coglie quando deve parlare in pubblico: per quanti sforzi faccia, gli va in blackout il cervello, non riesce nemmeno a leggere i fogli scritti da lui stesso, sembra un ebete, a momenti di lucidità alterna amnesie e ragionamenti disorganici, dimentica elementi salienti e si concentra su fatti secondari, esce dal seminato in un’esposizione sconclusionata con effetti esilaranti per l’uditorio. L’impatto che Louis Armstrong ebbe nella storia? Che molti trombettisti neri appesero la tromba al chiodo e, siccome di trombettisti neri ce n’erano tanti, il Paese si ritrovò pieno di raccoglitori di cotone, maggiordomi e cantanti blues che, fingendosi ciechi, andavano a rompere i coglioni in giro… Le riflessioni di Satchmo? Non capiva perché dopo tante tournée, milioni di dischi venduti e capacità mondialmente riconosciute, si ritrovava povero mentre il suo manager, che aveva capacità solo di mangiare salsicce e fagioli ed andare a puttane era ricco sfondato… Albert Ayler, col suo free jazz, aveva inventato un modo di suonare all’avanguardia, che nessuno prima di lui ci aveva pensato: a cazzo di cane…

Si ride quasi ad ogni pagina. Certo, 40 ritratti sono tanti e non sempre si può mantenere lo stesso livello qualitativo. Ma è comunque tutta la scrittura di Aldo Gianolio ad essere intrisa di quell’ironia buttata là quasi da sembrare involontaria, senza la visibilità della costruzione dell’effetto, come i grandi Jerome K. Jerome (Tre uomini in barca) ed O.Henry (Il riscatto di Capo Rosso https://www.mangialibri.com/libri/il-riscatto-di-capo-rosso). Ma i profili tratteggiati con fatti ed aspetti apparentemente secondari e vaneggianti, rivelano in realtà verità salienti nella loro essenza, meglio di un trattato serioso che, col bisturi in mano, seziona il pentagramma di una musica (e siamo d’accordo con John Ferro) che, al pari del flamenco e di alcune branche del rock, non è neanche esattamente trascrivibile con la notazione canonica. Nel ritratto di Miles Davis poi, il protagonista neanche c’è: ne emerge attraverso gli strali di un Tony Scott ubriaco…Chi ha frequentato la scena musicale romana dagli anni ’80 a fine millennio non ha potuto non conoscere Tony, le sue ubriachezze ed i suoi strali (altra storia assurda del jazz: uno dei più grandi musicisti del panorama bebop mondiale s’era rintanato a Roma). E questa storia voglio raccontarla io: quando Tony parlava di Charlie Parker, Lester Young, Buddy Rich e delle tante leggende con cui aveva fatto scuola, la gente non gli credeva e lo dileggiava come fosse un ubriacone delirante… a raccontare anche storie così - e nel libro ce ne sono - con umorismo, ci vuole talento. Parecchio, anche. Certo, se un libro del genere può suonare poco appassionante ai non melomani, si faccia una cosa: se avete un amico musicista, regalateglielo.