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Il trono d’autunno

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Palazzo di Sarum, Wiltshire, aprile 1176. Elianor volge lo sguardo oltre la piccola finestra della sua stanza, verso il cielo striato dalle prime luci primaverili. La camera è spoglia, fredda e quel cenno di apertura verso il mondo esterno non è sufficiente per dare un po’ di luce alla sua prigione. Da due anni ormai suo marito, re Enrico II, la tiene reclusa con l’accusa di alto tradimento, poiché colpevole di aver istigato i figli a spodestarlo dal regno d’Inghilterra. Ora loro si sono riconciliati con il padre, ma lei rimane priva di ogni libertà, staccata dal resto del mondo. Un giro di chiavi improvviso la distoglie dai suoi pensieri, la porta si apre con uno scricchiolio di legno pesante e dall’oscurità dell’ingresso anziché il suo carceriere Roberto Maudit, vede stagliarsi la figura del figlio Harry. La donna gioisce alla vista del giovane, e lui, contento di vederla, la invita a prepararsi per il viaggio verso Winchester, poiché il re ha concesso una tregua alla sua prigionia, per festeggiare con il resto della famiglia la Pasqua. L’acrimonia tra i due coniugi è un ostacolo indissolubile. Elianor conosce bene la malvagità del marito ed è consapevole che Enrico sta tramandando qualcosa di orribile, ma segue comunque il figlio. Arrivati al castello, Elianor si emoziona davanti ai figli cresciuti lontano da lei e intensamente li contempla felice, pensando anche a quelli che non sono presenti. Harry ha ventun anni ed è stato incoronato erede al trono d’ Inghilterra con la sua consorte Margherita, mentre Riccardo, di diciannove anni, è il prediletto di Elianor ed è a lui che ha concesso l’Aquitania. Gli accordi dicono che sposerà Adele, la sorella minore di Margherita, ma le persone che a corte passano il tempo ciarlando, sostengono che Enrico intrattiene rapporti molto intimi con la futura nuora. Il quintogenito Goffredo è di un anno più piccolo di Riccardo ed è fidanzato con Costanza, duchessa erede della Bretagna. Elianor non ha passato molto tempo con le figlie perché esse, fin da piccole, sono state affidate ai loro mariti: Matilde ha venti anni ed è duchessa di Sassonia e di Baviera; Leonora a quattordici anni diventerà regina consorte del re di Castiglia Alfonso VIII, mentre la dolcissima Giovanna, che ha undici anni, si prepara per diventare sposa del re Guglielmo di Sicilia. Resta soltanto Giovanni, il più piccolo. Elianor lo osserva attentamente e a malincuore vede l’incredibile somiglianza con il padre Enrico. In quel tenero corpicino si nasconde la baldanza del padre, che forse per lui ha riservato il tesoro più prezioso, che gli altri fratelli non riusciranno a mantenere, il trono d’Inghilterra. La gioia per i figli presto svanisce, la tregua di Enrico era solo una scusa per richiedere l’annullamento del matrimonio e pretendere che Elianor diventi badessa nell’abbazia di Amesbury. Elianor prende coscienza di come Enrico vuole annullarla, è furiosa ma si controlla e lo fissa negli occhi, ferma e determinata, sfidandolo. Dopo qualche giorno verrà caricata a forza su un carretto e rinchiusa nuovamente nella sua prigione, ma non cederà mai la sua dignità, il rifiuto è l’unica arma in suo possesso…

Riccardo deride spesso il fratellino Giovanni, affibbiandogli il nomignolo di “Giovanni Senzaterra”, poiché il padre Enrico II ha già provveduto alla sistemazione dei figli più grandi, dunque per il più piccolo sembrerebbe che non ci sia nulla di interessante da concedere. Ottobre del 1171, Poitiers, Giovanni ha quattro anni e dopo l’ennesima burla, stufo delle beffe continue, decide di farsi giustizia. Ruba la spada del fratello Riccardo e la nasconde sotto un mucchio di letame, facendo finta di nulla e negando fino all’ultimo l’evidenza della sua colpevolezza. Il fratello è furibondo, acchiappa il piccolo per i piedi e, con la testa penzoloni, lo getta nello stesso mucchio di letame, lasciandolo in mezzo agli escrementi. Un cavaliere di passaggio si accorge del piccolo e lo tira fuori in condizioni pietose, tremante, sporco e maleodorante; il piccolo, che dalla paura se l’è fatta addosso, non mostra il minimo segno di pentimento. Si rimette in piedi ed è costretto a confessare, ma in quell’istante con lo sguardo infuocato promette a sé stesso di vendicarsi. Questa scena, tratta dalla trilogia di Elizabeth Chadwick dedicata ad Eleonora d’Aquitania, è significativa circa gli accadimenti futuri; ma ritrae anche il modo con il quale l’intera narrazione abbraccia il punto di vista di Elianor rendendolo il fulcro del racconto e lasciando nell’ombra le figure a lei poco gradite. La letteratura permette delle licenze ai suoi scrittori e la Chadwick si prende delle volte la libertà di manovrare l’oggettività dei fatti. Elianor è spettatrice del bisticcio un po’ buffo e un po’ inquietante tra i due figli e, nonostante riconosca che il gesto di Riccardo è stato spregevole, sono gli occhi di Giovanni a preoccuparla, poiché svelano la sua malvagità. Giovanni Senzaterra ingloba i retaggi del padre - anche se sarà lui alla fine ad abbandonare il genitore sul letto di morte - diventando antagonista di Riccardo Cuor di Leone. La lungimiranza di Elianor trova terreno fertile, infatti le cattiverie di Giovanni contro l’amabile Riccardo saranno come un’infida e silenziosa metastasi. Sarà il muro dell’amore materno ad ostacolarle. Di lui, come anche di Enrico, d’altronde, nella storia emergono i lati oscuri e denigranti, mentre Riccardo è elogiato e ammirato per la sua intelligenza e il suo coraggio. Il trono d’autunno è il terzo capitolo della storia dedicata ad Eleonora d’Aquitania e abbraccia con raffinatezza gli ultimi trent’ anni della regina, a partire dalla sua lunga prigionia per volere del dispotico marito Enrico II, fino alla sua morte. La donna austera dei volumi precedenti lascia un po’ di spazio ad una figura affettuosa, che mostra senza vergogna le proprie lacrime, ma che rimane comunque distinta e ossequiente al ruolo di sovrana. Le tragedie stravolgeranno la sua vita, ma lei non imploderà e riuscirà a rialzarsi, anche con le giunture anchilosate dalla vecchiaia e sopravvivrà alla morte di otto figli su dieci e alla vista del cuore imbalsamato di uno di loro; infine dominerà prepotentemente la scena come regina madre. Elizabeth Chadwick con la sua prosa inconfondibile conferma di meritare appieno il titolo di migliore autrice di fiction medievali conferitole dalla Historical Novel Society. La poesia si amalgama con la realtà, attraverso scelte ben ponderate e giustificate nell’appendice di chiusura; la scrittura è fluida, lineare, ben articolata, senza fronzoli. Durante la lettura si viene travolti da un misto di emozioni altalenanti, interrotte da quelle parti un po’ più impegnative, dal profilo di saggio storico e che guidano alla comprensione dei meccanismi bellici e politici. La ripetitività di certe immagini un po’ abusate (“tempestata di gemme”, “occhi pieni di lacrime” ad esempio) è spesso frequente, ma forse inevitabile, a causa della lunghezza del romanzo: tuttavia non affievolisce la qualità dei contenuti poiché si tratta di un libro straordinariamente appassionante, pieno di storia, accessibile a tutti i tipi di lettori, che spalanca le porte ad un capitolo importante del Medioevo europeo, lasciando la sensazione gratificante di un bel libro.