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Il valzer lento delle tartarughe

Il valzer lento delle tartarughe

Josephine è una competente studiosa di storia medievale, ma anche una scrittrice di grande successo mondiale. È una donna timida fino alla goffaggine, gentile e altruista, capace di negare se stessa in modo quasi masochistico. Ha due figlie: Hortense, volitiva e sicura di sé all’eccesso, e Zoe, adolescente in balia del primo amore e dei primi umori. Il suo ex marito, inconcludente, vacuo e traditore, è morto tra le fauci di un coccodrillo in Kenya. Intorno a Josephine ruota anche la figura della madre, vendicativa e smaniosa di lusso, che, quando erano bambine, aveva scelto di salvare sua sorella Iris e non lei dalle onde improvvisamente violente del mare, minando per sempre in lei la sua autostima. C’è poi Iris, sua sorella bella e cattiva, manipolatrice che vuole approfittare di lei. Nella vita di Jo ci sono poi gli uomini: il padre, morto quando era bambina e che era la sua ancora di salvezza, la sua unica certezza di essere amata; Marcel, il patrigno, generoso e affettuoso, nuovo potente scudo di protezione nella vita di Jo; Luca, l’amore che non brilla e che rende tristi e, infine l’amore proibito che colma e che fa venire le farfalle nello stomaco. La vita di Josephine e delle persone che fanno parte della sua esistenza o che entrano a farne parte, è sempre in bilico tra eventi ordinari e straordinari, come aggressioni e omicidi, vicende rocambolesche e a volte magiche...

Secondo volume di una trilogia (non ho letto il primo volume e non leggerò l’ultimo) il romanzo si svolge lentamente in un numero spropositato di pagine (600!) in un avvicendarsi senza tregua di personaggi e storie che si intrecciano e si incastrano con un unico centro pivot, la protagonista. Ogni personaggio rappresenta una storia in sé che procede parallelamente a quella di Jo e che ha una vita propria e si svolge separatamente dalla sua. Si crea una rete connessa in cui Jo è l’hub di snodo, al quale sono collegati altri hub in una fitta ragnatela di connessioni, con una trama ad espansione, a volte dispersiva. La storia si dilata e diviene eccessiva e ridondante anche se saldamente tenuta insieme da un narratore onnisciente, che si trasforma in un narratore in prima persona quando si entra nella storia della protagonista. Alcuni fatti narrati diventano inverosimili e ingenui, perfino artificiosi, come quando Hortense riesce a fuggire miracolosamente dal bagno in cui era stata relegata e malmenata da tre brutali energumeni. Elementi magici e misteriosi si insinuano nella trama a infarcire ulteriormente la narrazione, che diventa troppo lenta e diramata. La descrizione dei personaggi e dei luoghi è minuziosa ed eccessiva, forzata di mille dettagli e particolari e allungata allo spasmo da lunghi elenchi. Questa scelta narrativa di ridondanza linguistica pesa ulteriormente sul filo narrativo e lo rallenta permettendo al testo di raggiungere la “zona mattone” delle 600 pagine. Alla fine i personaggi diventano macchiette, sagome di cartone come quella che Zoe fa del padre per rievocarne la presenza. Anche l’elemento che rende il romanzo un noir si diluisce nei meandri della storia e si riacquista solo alla fine. Si ha l’idea di leggere qualcosa di forzato, come se si trattasse del tacchino natalizio così pieno di farcia da fuoriuscire dal suo alveo, descritto con estrema dovizia di particolari nella prima parte del romanzo e il cui gusto diventa memoria di un bacio appassionante e proibito per l’intero romanzo. Nell’insieme la storia e la lingua usata non sono spiacevoli, ma i troppi fronzoli le appesantiscono entrambe.