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Il vampiro di Blackwood

Copertina del libro

Il giovane Quinn, da poco meno di un anno trasformato in vampiro, scrive una lunga lettera a Lestat e la nasconde nel suo appartamento di rue Royale a New Orleans, sapendo perfettamente di aver violato la regola che vieta ai vampiri di entrare in città. Nella lettera si presenta come un orfano in cerca di aiuto, spiega di conoscere da tempo l’ordine del Talamasca e di aver fatto di tutto per evitarne i membri. Racconta poi la sua storia: fin da bambino è accompagnato da uno spirito che ha chiamato Goblin, un doppio cresciuto insieme a lui, capace di manifestarsi a suo piacimento e di rafforzarsi nel tempo. Da quando Quinn è diventato un bevitore di sangue, Goblin ha sviluppato il gusto per il sangue e, dopo ogni caccia di Quinn, lo aggredisce estraendogli sangue attraverso migliaia di piccole ferite, diventando sempre più forte e più difficile da respingere. Quinn teme che Goblin possa in futuro introdursi in un essere umano, come narrano le Cronache di Lestat essere accaduto in origine allo spirito Amel con Akasha, generando così una nuova stirpe di vampiri. Chiede quindi a Lestat di aiutarlo ad annientare Goblin, o in alternativa di uccidere entrambi. Quinn spiega di aver appreso dal proprio Creatore, un vampiro anziano che lo ha trasformato senza il suo consenso, doni simili a quelli descritti nelle Cronache: il dono delle nubi, il dono della mente, il dono del fuoco. A differenza di quanto previsto per le streghe Maharet e Mekare, però Quinn non ha perso la capacità di vedere gli spiriti. Racconta della sua famiglia, i Blackwood, proprietari di Blackwood Manor e della tenuta di Blackwood Farm in Louisiana, e della sua vera casa, l’Hermitage sull’isola di Sugar Devil, in mezzo a una palude. Menziona di aver conosciuto anni prima, quando era ancora umano, un membro del Talamasca di nome Stirling Oliver, che riusciva a vedere Goblin e gli dava consigli, e una ragazza dai capelli rossi della famiglia Mayfair, di cui si era innamorato ma da cui ha giurato di tenersi lontano per non farle scoprire cosa gli è successo. Chiude la lettera chiedendo a Lestat, se dovesse decidere di ucciderlo, di concedergli un’ora di preavviso per salutare la sua prozia, zia Queen, una donna anziana che colleziona cammei e che Quinn continua a visitare di notte senza che lei sappia della sua trasformazione. In un poscritto chiede conferma su un dettaglio dei bottoni di cammeo indossati da Lestat in un’altra Cronaca, e allega alla lettera un cammeo con il proprio ritratto, fatto realizzare in origine come regalo per zia Queen. Dopo aver terminato di scrivere, Quinn resta seduto nell’Hermitage, ascoltando i suoni della palude e percependo in lontananza i movimenti della zia e della governante Jasmine a Blackwood Manor. Non avverte alcuna presenza di Goblin. Osserva a lungo il cammeo, che ritrae il proprio volto con grande fedeltà, e ripiega la lettera insieme al cammeo in una busta, che nasconde nella tasca interna della giacca. Si prepara con cura, indossando giacca e cravatta, poi spegne le luci della casa e resta nell’oscurità, percependo i suoni notturni della palude che circonda l’isola. Ripensa alle leggende che circondano il luogo e alla propria scelta di andare comunque a New Orleans, nonostante il rischio di essere annientato da Lestat. Pensa di tornare a salutare zia Queen con un secondo cammeo comprato per lei a New York, ma decide di non farlo per non doverle mentire o accennare al pericolo che sta correndo. Lascia quindi l’Hermitage volando grazie al dono delle nubi, attraversa il lago Pontchartrain e raggiunge il cortile dell’appartamento di Lestat in rue Royale, trovandolo ben curato nonostante l’assenza apparente del proprietario. Nota una luce accesa al piano superiore e percepisce la presenza di un essere umano all’interno: sondando la mente di questa persona, scopre che si tratta di Stirling Oliver, il suo vecchio amico del Talamasca, entrato di nascosto nell’appartamento senza il permesso di Lestat. Nonostante l’istinto di allontanarsi prima di essere riconosciuto, Quinn entra ugualmente nell’appartamento e raggiunge Stirling in un salotto, dove i due si ritrovano dopo anni. Stirling nota subito che qualcosa in Quinn è cambiato e gli chiede spiegazioni, mentre Quinn, sopraffatto dalla fame e dal profumo del sangue dell’amico, comincia a percepirlo come una preda. Nonostante il legame affettivo che li unisce, Quinn si avvicina a Stirling, lo blocca e alla fine lo morde al collo, cominciando a berne il sangue e percependo attraverso di esso ricordi e sensazioni dell’uomo, tra cui la parola “innocente” che riaffiora con insistenza. Nel momento in cui Quinn non riesce più a fermarsi, viene bruscamente staccato da Stirling da una presa fortissima: Stirling barcolla e cade su una sedia, mentre Quinn viene scagliato contro una libreria. Stordito, si accorge che la mano che lo ha allontanato appartiene a Lestat, che è così apparso improvvisamente sulla scena, interrompendo l’aggressione…

Il vampiro di Blackwood, datato 2002, è il nono capitolo delle Cronache dei Vampiri e, contestualmente, il primo vero e proprio crossover integrale con il ciclo delle Streghe Mayfair. Un processo di contaminazione narrativa già avviato in maniera più embrionale con Merrick la strega. Il giovane Tarquin “Quinn” Blackwood, vampiro neofita tormentato da un doppelgänger, racconta la propria storia al vampiro Lestat nella speranza di ottenerne l’aiuto. La cornice narrativa si dipana tra la tenuta di Blackwood Farm, immersa nella palude di Sugar Devil, la New Orleans contemporanea, l’Atene antica e la Napoli ottocentesca, in un intreccio che mescola il Southern gothic con la mitologia vampirica ormai stratificata dell’autrice. Blackwood Farm non è soltanto l’ambientazione, ma - come Anne Rice stessa ha dichiarato in un’intervista - un vero e proprio “state of mind”, un luogo che “racchiude in sé l’oscurità e il male della palude e la luminosità e la promessa della casa e dei suoi giardini”. Curiosamente, il romanzo introduce anche Petronia, vampira ermafrodita che compare solo nelle pagine finali ma che è diventata, negli anni, oggetto di un interesse critico sproporzionato rispetto al suo effettivo spazio testuale, spesso richiamata come uno dei primi personaggi apertamente intersessuali della narrativa horror mainstream americana. Va detto: se cercate sobrietà narrativa, avete sbagliato scaffale. Qui la Rice getta nel calderone praticamente tutto il suo repertorio - fantasmi, streghe, incesti, gemelli spirituali, eredità maledette - con la stessa disinvoltura con cui uno chef in vena di esagerare rovescia ogni spezia nella pentola, sperando che il risultato funzioni comunque. E funziona, più o meno, con lo stesso fascino ipnotico di un episodio di una soap opera del profondo Sud degli Stati Uniti: non ci si crede fino in fondo, ma non si riesce a smettere di guardare. I fan storici della saga hanno definito il ritorno di Lestat come quello di un mentore quasi à la Yoda, sempre pronto a soccorrere giovani vampiri smarriti — un guru al servizio delle nuove generazioni di non-morti.