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Il vangelo del boia

Il vangelo del boia

1869, Roma, Borgo Sant’Angelo. Mastro Titta, boia pontificio ormai a riposo, racconta allo scrittore e giornalista Ernesto Mezzabotta le sue memorie partendo dalla sua ultima esecuzione. L’ultima “giustizia” è avvenuta cinque anni prima, quando Titta, al secolo Giovanni Battista Bugatti, aveva già ottantacinque anni. Si è trattato di un doppio ghigliottinamento che il boia ha svolto con la consueta perizia. Quando però era arrivato il momento di sollevare le teste recise per esporle alla folla era accaduto qualcosa: Mastro Titta era apparso inorridito come se tra il pubblico avesse visto un fantasma, aveva avuto un’esitazione e si era lasciato sfuggire una testa dalle mani facendola rotolare tra le prime file. Considerando l’età dell’esecutore e l’episodio accaduto, l’amministrazione papalina lo aveva messo a riposo con un degno pensionamento. Eppure qualche punto oscuro con la macchina pontificia che aveva servito c’è stato. Era l’agosto del 1861: due cadaveri erano stati rinvenuti nel Tevere orrendamente deturpati. Mastro Titta era stato convocato per esaminarli, soprattutto perché a uno dei due corpi era stata spiccata la testa. Se non si era voluto sottoporre i cadaveri all’autopsia dei medici, c’era da supporre che su quel rinvenimento le autorità non desiderassero che si alzasse un polverone... Si sospettava che il duplice omicidio fosse stata opera di una setta. Non Carbonari, Mazziniani o repubblicani, qualcosa di peggio: Sette operanti contro la fede in Cristo... qualcosa di demoniaco nell’Urbe di Cristo? Mezzabotta incalza l’ormai anziano ex carnefice: “Mi sono sempre chiesto a che cosa fosse dovuta quell’incertezza che decretò la fine della vostra carriera...”. Forse che Titta abbia veramente visto un fantasma tra la folla? E soprattutto, il boia conosce forse qualche terribile segreto?

Nicola Verde ci porta nel pieno della Roma papalina, una città tanto luminosa quanto oscura. Lo fa con una ricostruzione particolareggiata frutto di accurate ricerche che esprimono un’ottima conoscenza di toponomastica, usi, costumi e fatti romani. Il tutto inserito in un romanzo molto calibrato e coinvolgente nel quale convivono Storia, indagine e vicende umane in un quadro complesso e articolato. Condito dall’indissolubile connubio tra l’oscuro misticismo e il cinico Potere amministrato dallo Stato della Chiesa in una perenne contraddizione tra prerogative morali e realismo politico. Lo ammetto, quando pensate e scritte bene come in questo caso, sono un fan delle storie di indagine e mistero ambientate sul suolo nazionale. Romanzi per i quali preferisco la mondadoriana definizione di “Giallo” a quella di “Thriller”. Il vangelo del boia è un libro che avrebbe presumibilmente entusiasmato il compianto Gigi (pardon, Giggi) Magni, regista la cui produzione è per lo più incentrata sulla Roma papalina: se ne avesse ricavato una sceneggiatura non avrebbe fatto altro che aggiungere un prezioso punto alla propria produzione. Perché Il vangelo del boia è anche una valida sceneggiatura buona per un film denso di suggestioni, non ultima l’analisi del protagonista. Sulla figura del boia pontificio bisogna calarsi nella mentalità del tempo, così come egregiamente lo fa Nicola Verde: Mastro Titta era considerato uomo retto e devoto ed ebbe tutti i riconoscimenti sociali e civili. Partendo dal presupposto che la Giustizia non appartiene a questa Terra (vedasi il discorsetto che Paolo Stoppa nei panni di papa Pio VII fa al Marchese del Grillo nell’omonimo film di Monicelli dell’81), il potere ecclesiastico assolveva i condannati e ne invocava l’indulgenza per lo spirito. Ma in quanto monarca di un ente anche terreno, il Papa Re amministrava la Giustizia secolare con tutti i crismi e le regole di un qualsiasi potere di Stato. “Siamo nel giusto soprattutto quando sbagliamo, siamo uomini e non dobbiamo sostituirci a Dio” ebbe a dire il terrificante cardinale Rivarola rispetto alla dubbia condanna dei ribelli Targhini e Montanari, “è la tragedia di chi ha il Potere”. La vita di Targhini e Montanari veniva in secondo piano. A Piazza del Popolo a Roma, dove furono ghigliottinati, una lapide defilata li commemora. Furono ghigliottinati proprio da Mastro Titta nel 1825. Ma questa è un’altra storia...