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Il vecchio scapolo

Il vecchio scapolo

Davanti a una casa che sorge su di un’isola, siede un uomo molto vecchio che trema davanti alla morte. Non ha una donna a fianco, né dei bambini: è lui ad aprire la porta per uscire di casa, è sempre lui a chiuderla per rientrare. Lontano da lui cinque giovani, tra cui Victor, sono a spasso nei boschi. Uno di questi dichiara che non ha la benché minima intenzione di sposarsi, un altro lo canzona che nessuna comunque lo vorrebbe come marito. Sono gagliardi e spensierati, hanno tutta la vita davanti e lo sanno. Avanzano lungo i boschi, corrono lungo i prati e, alla fine della giornata, arrivano nella piazza della città, dove devono separarsi. Victor si sente infelice, Ferdinand gli chiede conferma del fatto che non vuole sposarsi, e Victor ancora una volta annuisce. Poi viene invitato dal suo amico a passare la notte. L’indomani mattina, di buon’ora, Victor si mette in cammino verso casa sua, dove abita la donna che chiama madre e Hanna, la figlia di lei. Victor ha perso entrambi i genitori. Arrivato a casa, trova ad attenderlo la donna, che gli comunica che su richiesta di suo zio, deve andare a fargli visita prima di partire per la città in cerca di lavoro…

Ambientato nella Boemia dell’Ottocento – e pubblicato nel 1844 – Il vecchio scapolo è forse l’opera più famosa di Adalbert Stifter, scrittore, pittore e pedagogo forse meno conosciuto di quanto in realtà meriti. È una storia nel complesso molto semplice, divisa in due macrocapitoli: nel primo è presentato Victor, diciottenne orfano che vive a casa della madre adottiva, pronto a fare il suo ingresso nel mondo; nel secondo Victor è a casa dell’unico parente di sangue rimastogli in vita, suo zio, esiliatosi volontariamente dal mondo e residente in un luogo solitario, raggiungibile solamente dopo aver attraversato un lago in barca. Tra Victor e suo zio si installano quindi una serie di dicotomie molto nette: la giovinezza e la vecchiaia; la vita e la morte; la forza e la debolezza; la compagnia e la solitudine; il potere di scegliere e il rimorso di aver sbagliato; la purezza di chi non conosce il mondo e la durezza di chi ci ha vissuto per troppo a lungo. Eppure, nonostante queste evidenti apparenze, nel romanzo di Stifter sembra esserci qualcosa in più, un barlume di speranza, o una sorta di morale che sembra dire che nulla è definitivo e assoluto, e che è non è mai troppo tardi per cambiare idea.