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Il velo

ilvelo

Martedì, 11 ottobre. Mi chiamo Suor Adele, ho sessantasei anni, sono monaca benedettina, superiora del convento seicentesco del Sacro Cuore di Gesù, dove vivo con altre due sorelle, Giuditta e Maria, anziane malandate. Scrivo queste penose e pentite confessioni la sera prima di coricarmi — una pagina al giorno in questo mio breviario laico —, non solo con l’esigenza di chiarire le ragioni del mio comportamento nella storia molesta accaduta tre anni fa e durata nove mesi, ma anche, nell’esibire la mia perizia letteraria, con la speranza che qualcuno le legga e magari le stampi. Il nostro monastero, che ospitava una quarantina tra monache e novizie, è stato per secoli luogo di raccoglimento e preghiera, esempio di laboriosità, accoglienza e condivisione. Ora, invece, tentiamo di sopravvivere in un’insanabile miseria. Mercoledì 12 ottobre. Quasi mezzo secolo fa è stato il giorno della mia prima professione: sola, nella mia cella, come la sera di quarantotto anni fa, sento solo stupore per quanto ho osato fare della mia esistenza, con la promessa di novizia. Giovedì 13 ottobre. Mi sono chiare le motivazioni, non del tutto razionali, che mi hanno spinta a entrare nell’Ordine benedettino: mia madre morta a cinquant’anni di tumore, dopo un’agonia di mesi; un padre secco e rabbioso; due fratelli spaventati, il maggiore sprezzante, il piccolo ferito supplichevole. Dopo il funerale ho cominciato a frequentare la parrocchia, dove si organizzavano anche passeggiate nei conventi dei dintorni: è stato così che ho messo piede per la prima volta in questo monastero. Venerdì 14 ottobre. Al risveglio, ho subito intuito il motivo del piagnucolio proveniente dalla cella della novantenne Suor Giuditta: l’odore pungente di orina impregnava l’aria della piccola stanza e mentre tergevo la sua pelle rinsecchita e maleodorante, provavo ribrezzo e un sordo rancore. Sabato 15 ottobre. Da molto tempo Suor Maria mi provoca con segnali di ribellione e mi affibbia lo stesso epiteto — “Adele superiora martire” — sperando di provocare una mia reazione, mentre io godo a deludere le sue aspettative. Oggi, prima di rientrare nella mia stanza, mi ha affrontato apertamente: “Ma ricordati di quello che hai fatto. Anche Dio lo sa: lui conosce ciò che è nelle tenebre”…

La storia narrata nel diario di suor Adele — da martedì 11 ottobre a martedì 8 novembre 2021 — è un viaggio nella vocazione, nei suoi aspetti più intimi e misteriosi: la fede sincera e i dubbi, le rigide regole e le rinunce, i sacrifici e la preghiera, l’isolamento e la condivisione — in breve, la realtà, a volte dura, della vita in convento, scandita da stanchi riti, modulati su orari inflessibili. È anche un viaggio nel mondo del “non detto”, che la protagonista consegna alla pagina che si è imposta di scrivere ogni sera: pensieri inconfessabili, piccoli segreti, disillusioni e speranze, aneddoti e fatti inaspettati. Perché anche in un convento dove vivono solo tre suore anziane non mancano le difficoltà nel convivere e la conflittualità nei rapporti. Soprattutto quando, a causa di una presenza destabilizzante, vengono meno i precari equilibri faticosamente costruiti ed emergono questioni irrisolte. Personaggi, luoghi, ricordi e situazioni vengono delineati in pochi, suggestivi e poetici tratti. Questa è la forza della scrittura di Alida Airaghi: anche ciò che non è sulla carta o rievocato dalla memoria si dispiega all'infinito nell'immaginazione del lettore.