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Il vento conosce il mio nome

Il vento conosce il mio nome

Vienna, inverno 1938. Il dottor Rudolf Adler lo sente nell’aria, il fetore della sventura. L’inverno è in arrivo, è vero, ma il peso che gli opprime il petto non è dovuto al cambio di stagione. Oggi pomeriggio, in particolare, l’odore della paura, alzato dalle raffiche di vento, gli impedisce di respirare: gli gira la testa e ha la nausea. Allora decide di congedare i pazienti in attesa e di chiudere in anticipo l’ambulatorio, adducendo un raffreddore. Insieme alla sua assistente, Frau Goldberg, riordina l’ambulatorio e disinfetta gli strumenti, poi percorre a passo svelto i due isolati che lo separano dalla farmacia di Peter Steiner, suo amico da anni. Prima dell’annessione – quella avvenuta dopo che la Germania di Hitler ha invaso l’Austria – Steiner mai si è fatto domande sull’origine degli Adler, che ha sempre considerato austriaci come lui. Sa che Rudolf, la moglie Rachel e il piccolo Samuel, sei anni, sono ebrei, ma questo per il farmacista non significa nulla. Tuttavia, negli ultimi mesi, Peter deve evitare l’amico in pubblico, perché non può assolutamente finire nei guai con il comitato nazista di quartiere. I due amici, quindi, hanno dovuto interrompere le partite a poker o a scacchi fatte per sfuggire alle rispettive mogli o, nel caso di Peter, al branco di figli che ogni giorno lo attende a casa. Ora, quando Rudolf lo raggiunge in farmacia per acquistare le gocce che dovrebbero servire a tranquillizzare Rachel – vive in un perenne stato d’angoscia per quello che potrebbe loro accadere in quanto ebrei – lo fa entrare da una porta laterale e gli consegna i farmaci senza registrarli in contabilità. Rudolf, a dire il vero, è agnostico, anche se pratica qualche rito soprattutto per riguardo nei confronti della moglie. Spesso, il venerdì sera, gli Steiner vengono invitati a casa degli Adler per lo Shabbat. In quell’occasione Rachel e Leah, la cognata, curano ogni dettaglio, dalla scelta della miglior tovaglia alla ricetta delle pietanze migliori da offrire. Rachel e Leah sono molto legate: quest’ultima è rimasta vedova da giovane e non ha mai avuto figli. E così si è affezionata ancor di più alla famiglia del fratello Rudolf. E il piccolo Samuel, unico nipote, è una gioia vera per i suoi occhi e il suo cuore...

Difficilmente Isabel Allende – scrittrice peruviana e naturalizzata cilena, che ha regalato ai lettori romanzi come D’amore e ombra, Eva Luna, Lungo petalo di mare, capaci di miscelare mito e realismo – sbaglia un colpo. Con il suo ultimo lavoro riesce a mixare Storia e storie di ultimi in maniera equilibrata e perfetta, offrendo una testimonianza delle scelte estreme cui i genitori sono a volte costretti e della capacità di sognare che, nonostante tutto il dolore e tutte le brutture possibili, ancora anima bambini segnati dalla violenza e dall’odio. Di bambini in questa storia ce ne sono diversi, a partire da Samuel, scampato alla furia nazista e costretto a crearsi una nuova vita, solo, in Inghilterra, potendo contare solo sul calore della musica e del suo violino. Poi c’è Leticia, bambina poverissima di El Salvador che, grazie a una contingenza, riesce a scampare al massacro di El Mozote, quello, avvenuto negli anni Ottanta del secolo scorso, in cui si assiste a una mattanza e i bambini vengono lanciati in aria e infilzati con le baionette. E ancora Anita, privata della vista a causa di un incidente e allontanata dalla madre Marisol. Si tratta di vicende distanti nel tempo e nello spazio, ma accomunate dallo stesso dolore, dalla stessa ferita che non smette di sanguinare. È una piaga simile a quelle che Selena, messicana che si batte per aiutare le famiglie sudamericane alla ricerca di un nuovo futuro nel Nord del continente, tenta di arginare. Sentieri diversi, quindi, che si intrecciano nel nome di una necessità condivisa e di un’urgenza comune: quella di ridare memoria a morti minori, che non possono contare neppure sulla testimonianza di una camera a gas o di un nome e cognome inciso su una pietra posta a ricordo. Reduci silenziosi cui Allende dona, magistralmente, una dignità, quella di chi ha combattuto la propria guerra in silenzio ed ha saputo ricucire lo strappo. O, perlomeno, ci ha provato. Oltre trecento pagine ciascuna delle quali è un pugno nello stomaco. Ma staccare gli occhi dalle parole è impossibile e le trecento pagine finiscono in un soffio, lo stesso di quel vento nel quale sono racchiusi la testimonianza e il ricordo di ciascuno dei protagonisti.