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Il viaggio del divano letto

Il viaggio del divano letto

Francia. La nonna è morta in una casa di riposo immersa nel verde, in piena salute a novantatré anni, durante la colazione. Non aveva più un marito. La mamma quindi ha deciso di raccogliere quello che può dalla casa dei suoi genitori, benché non ci sia granché di valore da salvare. L’unica opera d’arte è un imponente quadro a olio in sala da pranzo, che rappresenta un gruppo di sorridenti cavalieri in giubba rossa e pantaloni bianchi accanto a una casupola. Una fanciulla altrettanto sorridente porta loro dei boccali di birra, mentre diversi cani gironzolano attorno alle zampe dei cavalli. Una scena insolita nella casa di ex macellai interessati solo ai tagli di carne e ai soldi che da essi protessero ricavarsi. Inquietante. Forse perché così in contrasto con la casa desolante e l’animo triste dei nonni. Ancora oggi Pierre non sopporta l’odore del gelsomino, a causa del cesso dei nonni, dove cercava di sfuggire alla noia di una casa dove i bambini non interessavano e dove quindi non c’era nulla per intrattenerli. Oltre al quadro, altre opere rendono completo lo stile art déco della sala da pranzo, ma nessuna di queste è stata salvata dall’opera di pulizia materna. La madre infatti decide di salvare solo il divano letto e la coppia di poltrone, con un gesto di immeritata pietà figliale nei confronti di una madre maestra nell’arte della cattiveria…

Un viaggio, come il titolo stesso suggerisce, una dicotomia tra il significato letterale e quello figurato, attraverso ricordi, vita, affetti, legami fraterni, elaborazione del lutto e amore. Il viaggio del divano letto è attraversato da un senso di nostalgia e di esplorazione delle radici, e il trasloco del mobile non è che un pretesto, metafora di qualcosa di ingombrante e scomodo come il passato e le relazioni umane. Pur senza diventare mai drammatico, il romanzo tocca il tema della morte e dell’eredità emotiva. Pierre Jourde adotta una scrittura brillante e tagliente, in equilibrio tra umorismo e malinconia. Il tono è spesso ironico, a tratti sarcastico, ma la prosa inutilmente ricercata che ostenta in modo fastidioso istruzione o cultura, con riferimenti letterari intellettualoidi, rende a tratti la lettura ostica e poco interessante, poiché la perfezione sintattica va a discapito della piacevolezza e lo rende pretenzioso. Non ha trama, parla poco e niente del viaggio vero e proprio, è solo la confessione di uno sconosciuto di cui apprendiamo (poco) pagina dopo pagina senza però che venga approfondito, che ripercorre la sua vita attraverso vari episodi, tra loro scollegati, offerti a beneficio del lettore che può coglierli e utilizzarli a piacimento in un flusso di confabulazioni, ricordi, riflessioni e aneddoti del passato in disordine cronologico. Il romanzo è strutturato in capitoli, ognuno con titoli evocativi e grotteschi, che funzionano quasi come fotografie emotive. Jourde è maestro nel trovare l’assurdo nelle situazioni quotidiane, e si serve di esagerazioni e iperbole che a tratti, nonostante sia (pare) autobiografico, lo rendono surreale. La copertina è molto bella, carta di pregio e colori caldi, il disegno armonioso ed evocativo.