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Il viaggio delle bottiglie vuote

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Bolfazl ha lasciato la sua patria, la madre e la sua vita precedente. Si è trasferito in una piccola cittadina dei Paesi Bassi con moglie e figlio al seguito. La sua non è stata una scelta semplice e nemmeno voluta. È stato costretto a gettare via tutto per salvarsi la vita. In patria si era unito ad un movimento politico ostile al governo in carica, era un traditore e i traditori non si perdonano in Iran: si eliminano. Ora vive in un piccolo paesino sulle rive del fiume Ijssel, in una modesta casa a schiera, l’ultima di una lunga fila. Ha un giardino, dove trascorre molto tempo: è il modo che ha trovato per interagire con il suo vicino, René, ben disposto nei suoi confronti, una porta aperta sulla cultura e la lingua olandese. Il suo “vocabolario vivente”. Non tutti sono come lui purtroppo. C’è chi senza tenere in alcuna considerazione la sua vulnerabilità gli fa trovare un pene finto nel giardino di casa; chi mostra freddezza e timore nel solo vederlo camminare, come se lui fosse una brutta persona, ma è solo uno straniero; chi - come atto di generosità - vorrebbe regalare a lui e alla sua famiglia delle cose di seconda mano, ma a cui sfugge il fatto che accettare “cose usate da altri” sarebbe un insulto per la mentalità di Bolfazl. I rapporti con la moglie si incrinano: prima lei non muoveva un passo senza di lui, ora invece è in grado di muoversi in autonomia e di crearsi nuove possibilità. Sì, Bolfazl è consapevole che deve lasciarsi tutto alle spalle, deve tentare di integrarsi il prima possibile: solo con l’apprendimento della lingua potrà avere una possibilità. Non è facile lasciarsi tutto alle spalle però, in Iran aveva una posizione di un certo livello, qui è solo un profugo, uno che - come primo lavoro - deve spalare letame in una fattoria olandese…

“Il mio mondo è diviso in due parti. Una è tra le montagne della mia patria. L’altra è qui, in un paesino sulle rive dell’Ijssel”: è una delle prime battute con cui si apre il romanzo, un’immagine chiara ed evocativa della vita di Bolfazl. Un’immagine poetica. Sì, perché il libro lo è. È un libro complesso: da un lato mostra le difficoltà pratiche di un esule politico in terra straniera, una terra occidentale per di più (“eravamo precipitati di colpo da una cultura in cui tutto succedeva dietro le tende a una società seminuda”), dall’altro è interessante il modo in cui lo fa, in cui fa emergere le lotte intestine all’animo della voce narrante. È un romanzo quasi onirico, in cui i ricordi si mescolano alla realtà, anzi è la realtà il fattore scatenante dei ricordi: “le gocce di pioggia picchiettavano ora distintamente sulle bottiglie vuote […] Mi girai. Vidi un mucchio di bottiglie vuote, allineate una accanto all’altra nel buio. Sul punto di partire. Per cominciare il loro viaggio”. Interessante è anche il fatto che l’autore, iraniano ed esule nei Paesi Bassi, non ha scritto il romanzo in persiano, la propria lingua madre, ma ha utilizzato quella della sua nuova vita, nonostante non la padroneggiasse ancora abbastanza. La traduttrice, in un’intervista, ha sottolineato come nei primi libri Kader Abdolah faccia ricorso a un vocabolario abbastanza limitato, per poi arricchirlo in quelli successivi. Bolfazl non è un personaggio simpatico, nel senso più originale del termine ossia quello di innescare una vicinanza emotiva nei suoi confronti, è un personaggio completamente concentrato su di sé, come per sua stessa ammissione. Sembra però mostrare una necessità quasi vitale nel mettere nero su bianco la propria storia, come per tentare di fare ordine nella propria esistenza e sistemare i ricordi prima che questi si dissolvano.