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Il viceconsole

Il viceconsole

Lei non fa che camminare. Lo fa per giorni interi. Segue gli argini, attraversa l’acqua, poi procede dritto, volta verso altri acquitrini, li attraversa e li abbandona per altri, diversi. Riconosce la pianura di Tonlé-Sap, sa di trovarsi ancora lì. A capo chino continua a camminare. Poi si ferma e riparte. Nel sonno rivede la madre che, un randello tra le mani, la guarda e le urla di andarsene, poiché non è altro che una vecchia bambina gravida che invecchierà senza marito. È vero, è incinta e il padre le ha detto che nella pianura degli Uccelli c’è un cugino che non ha troppi figli e quindi, forse, può prenderla presso di sé come domestica. E allora lei continua a camminare, la stoffa del vestito sempre più tesa sul ventre. Chiede indicazioni per raggiungere la pianura degli Uccelli, ma nessuno pare conoscere la direzione da seguire. All’inizio del viaggio si è sbagliata. Ha risalito lo Stung Pursat e ha pensato di aver raggiunto il Siam, ma le è stato detto che si è sbagliata e che quella è in realtà la Cambogia. Le capita di addormentarsi in pieno giorno in un bananeto; a volte la fame diventa troppo forte e la fa dormire. E questo fa, tra un’azione e l’altra. Cammina e dorme. Mangia e dorme. Passa davanti a una cava abbandonata, vi entra e dorme. Raccoglie frutti, riso verde e manghi, li mangia e dorme. Piove spesso e dopo la pioggia la fame aumenta, il bambino che porta in grembo mangia tutto, anche il riso e i manghi. Continua a chiedere indicazioni per raggiungere la pianura degli Uccelli e solo un vecchio, un giorno, le risponde: occorre seguire il Mekong. D’accordo, ma dov’è il Mekong? Non ne ha idea. Allora rimane nella cava dove, per terra, trova capelli suoi. Tira e vengono via a ciocche, ma non fa male e i capelli che le rispuntano sono una fitta peluria. Le radici tuttavia sono morte e non le rispuntano più capelli veri. Intanto il ventre continua ad ingrandirsi e a tendere la stoffa del suo abito...

Poche pennellate, ma efficaci e magistrali, per dipingere figure che si imprimono nella mente del lettore e lì rimangono. Uno dei pregi della prosa di Marguerite Duras è proprio questo e anche la storia del viceconsole conferma la capacità autoriale di proporre soggetti indimenticabili. Si tratta in questo caso di un romanzo che ruota, tra gli altri, intorno alla figura di Anne-Marie Stretter, personaggio ricorrente nella letteratura e nel cinema della Duras. Compare infatti in tutti e tre i lavori che compongono quello che è stato riconosciuto come il Ciclo indiano nella produzione dell’autrice. Per la prima volta troviamo Anne-Marie ne Il rapimento di Lol V. Stein datato 1965, poi ne Il viceconsole del 1966 e per finire nel testo teatrale- cinematografico India song che porta la data del 1973. La donna, moglie dell’ambasciatore di Francia, è un personaggio alquanto singolare, attorno a cui si raccoglie un gruppetto di amici e amanti vittima del suo fascino languido. Tra questi c’è, appunto, il viceconsole, figura che incarna il mito del bello e dannato, e per questo evitato dall’alta borghesia francese in India. Al centro della vicenda, come spesso accade nelle storie della Duras, i balli: eventi che hanno un punto d’inizio ma quasi mai una fine, fumosi girotondi durante i quali ci si parla in continuazione, ma senza mai conoscersi davvero. Punti di vista contrastanti, incertezze, episodi accennati, contraddizioni: tutto vortica in un girotondo, appunto, lento e piuttosto pigro, che coinvolge la moglie dell’ambasciatore, i suoi ospiti e quello che è forse in più intrigante e misterioso protagonista del romanzo: la mendicante indiana, giovane donna vestita di stracci, che è stata cacciata di casa dalla madre perché incinta e si ritrova a camminare, alla ricerca di riferimenti spaziali che le consentano di orientarsi. La prima parte del romanzo, la più riuscita, racconta la vicenda della giovane e il suo lungo viaggio, a piedi, prima con un evidente pancione, poi con la piccola figlia, che sarà costretta a vendere. Un testo frammentario, complesso, che racconta un mondo di pettegolezzi e contraddittorietà; una verità che non esiste e altro non è che un caleidoscopio di immagini spezzate, che quasi mai ne originano una unitaria.