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Il vicolo blu

Il vicolo blu

L’alba è appena sorta e una famigliola è già in cammino: il padre, in testa al gruppo, conduce l’asino Ronzino mentre sul calesse siedono la moglie e i cinque figli. I bambini osservano con curiosità e meraviglia la campagna che si risveglia intorno a loro, tempestando di domande i genitori: “Papà, di che cosa sono fatte le ombre?”, “Ci sono delle fonti da cui l’acqua esce verde?”. Il loro sguardo, incontaminato e curioso, riveste di magia ogni aspetto della realtà, ed è così che gli alberi “sono come fratelli” perché “come noi sentono freddo e i loro rami si avvicinano per baciarsi” e le lucciole diventano stelle cadenti da raccogliere in panieri di vimini. Le loro giornate trascorrono nell’esplorazione del mondo e di sé stessi. Non c’è un adulto a sorvegliare ogni passo ma sono liberi di girovagare per la campagna e inventare una realtà alternativa. Ida, Maria, Vincenza, Giuseppe – detto “Pippuzzo” – e Salvatore – detto “Totò o Turi” – manifestano un’ancestrale armonia con la natura, tanto da “camminare in punta dei piedi per non disturbare il sonno delle spighe” o comporre una ballata in onore di dai papaveri recisi su un campo arato. Le loro avventure si intrecciano alla descrizione dei brulli paesaggi siciliani e delle usanze quotidiane, restituendo le suggestioni di una cultura ormai estinta che sopravvive solo nei ricordi...

Giuseppe Bonaviri è stato un medico e scrittore di Mineo, paesino vicino Catania. Pare che la sua passione per la poesia sia nata in gioventù, alimentata dalla leggenda popolare della “pietra della poesia”: un masso intorno al quale usavano riunirsi poeti provenienti da ogni parte della Sicilia, per gareggiare a colpi di versi. Il suo stile, infatti, è fortemente lirico e nostalgico, in grado di cogliere il lato romantico della realtà. Nelle sue parole riecheggiano i racconti dei nonni siciliani, depositari di una cultura spirituale e quasi animista, in cui i defunti sono rievocati come una presenza tangibile e la natura è dotata di un’anima insondabile. A metà fra l’autobiografia e il romanzo, Il vicolo blu non ha una trama definita ma è piuttosto una sequenza di scene di vita rurale, di cui lo scrittore si serve per raccontare la propria famiglia – il padre Nanè e i suoi cinque figli – e il paese natale. Altro tema centrale della narrazione è la morte: una presenza costante che vela i ricordi di tristezza, data la consapevolezza che gli amati fratelli del narratore sono scomparsi. La scrittura diventa così il tentativo estremo di strappare all’oblio il ricordo dei cari e di tradizioni ormai desuete, dallo spettacolo dei pupi siciliani alla preparazione delle caramelle di carruba. Sebbene Il vicolo blu contenga pagine di piacevole lettura, non riesce a tradurre il particolare in universale: la storia rimane legata a un contesto specifico e i suoi personaggi sono incorporei e nebulosi, come fantasmi.