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Il vino del Papa

Il vino del Papa
Monferrato, maggio 2015. Il 48enne Manuel Manolo Favaro, fisico atletico da uno e ottanta, dita sottili e ispida barba brizzolata, è un giornalista argentino. Master mai terminato in criminologia e neuroscienze, inviato del quotidiano “El Tiempo”, noto per inchieste coraggiose, già separato dalla moglie (collega, rimasta amica). In patria ha pestato i piedi a un sottosegretario e per punizione da due anni sta in Italia a seguire il nuovo Papa con pezzi di costume. Si annoia a Roma, qualche articolo e qualche avventura senza importanza, Lucky Strike in mano. A giorni Papa Bergoglio visiterà la terra degli avi, sia il bisnonno Francesco che il nonno Giovanni erano nati in provincia di Asti. Manuel parte (pure suo nonno era di un paese vicino Cuneo). Ci sarà una gara per decidere il rosso da servire al pontefice. E dal Museo del vino rubano la più antica bottiglia, un mitico Ruché del 1922. Il giornalista avrà il suo bel daffare fra produttori e produttrici, parroci e guide...
Con questo editore di libri e produttore di vini i tre giovani giornalisti poco più che trentenni Giacomo Fasola, Ilario Lombardo e Francesco Moscatelli hanno realizzato un godibile romanzo enologico in terza sul protagonista, esperto anche di altre vigne e colline, oltre a quelle langarole e monferrine. Aleggia fra i profumi il nostro caro Carlin Petrini, Slowfood International. Tutte vere la storia e l’evoluzione del Ruché (da rocce o Rocco o Rioja o roncet) nei 7 comuni astigiani di Castagnole, Grana, Montemagno, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo e Viarigi, rosso porpora dal profumo intenso, vino della festa fino agli anni Venti, ricominciato a produrre in purezza negli anni Sessanta da un parroco-contadino, don Giacomo Cauda. È un campo non esente da misteri e crimini: un simpatico commissario calabrese aiuta a sbrogliare la matassa, anche se il romanzo non è propriamente un noir, piuttosto un rosso. Accostato a tagliatelle con le fave farebbe meraviglie.