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Il violino del pazzo

Il violino del pazzo

Uppsala, autunno, 1830 circa. Una casa gialla a due piani e dall’aria tetra sorge nella periferia della città. In una delle camere, Gunnar Hede, un giovane studente di bell’aspetto e dall’aria fine sorseggia il caffè. A raggiungerlo per parlargli è Ålin, un altro studente di ceto sociale inferiore a cui è legato dall’infanzia e che gli si rivolge in palese imbarazzo, dato l’argomento da trattare. Insomma, gira voce che il bel giovane Hede da mesi non apra libro e dedichi il suo tempo esclusivamente a suonare il violino. Certo, il figlio del Consigliere delle miniere e erede della tenuta di Munkhyttan non deve necessariamente conseguire un titolo di studio per vivere, ma la verità, gli confessa Ålin è che la proprietà non produce più nulla e persino sua madre vive in miseria domandando prestiti a chiunque, senza il coraggio di confessare la verità al giovane. Hede è incredulo, di certo si tratta di pettegolezzi e il suo amico si è fatto prendere da un’ansia inutile. Invece Ålin insiste, ciò che lo ha spinto a rivelargli come stanno le cose è la stima nei suoi confronti, osservare come la rovina stia per travolgerlo lo turba ed è stufo di stare a guardare mentre Hede e sua madre si mentono a vicenda: lui tace sui mancati studi e lei sulla situazione economica. Se però il giovane si impegnasse nei mesi a seguire avrebbe delle opportunità per il futuro. A questo proposito l’amico gli propone un patto, lo supplica di affidargli l’amato violino italiano a cui dedica tutto il suo tempo, senza quella distrazione di certo potrebbe occuparsi solo dello studio. La proposta fa inorridire Hede che non intende acconsentire, almeno fino a quando non gli viene ricordato che ha anche una fidanzata a cui pensare e a cui garantire un futuro, se vuole sposarla e salvare l’antico maniero di famiglia deve cedere il violino. Improvvisamente consapevole acconsente, consegna il violino, si chiude in camera e si mette a studiare con foga. Passa appena un’ora e i suoi buoni propositi vengono spazzati via dallo sconforto per un traguardo tanto lontano e dalla brama insopportabile di sfiorare con le dita un archetto...

Uppsala è uno dei centri culturali più importanti della Svezia ed è qui che sorge la più antica università della penisola Scandinava. In questo ricco e sfaccettato contesto intellettuale in cui si riversano studenti da tutta la regione, Selma Lagerlöf presenta anche il giovane Gunnar Hede, rampollo di una ricca famiglia ormai in bancarotta. Lo studio per lui è un pretesto per vivere libero e senza preoccupazioni, sicuro dei mezzi a disposizione, finché l’affetto e la sincerità di un amico non lo scuotono dal torpore. Il peso delle responsabilità e il fuoco della passione per la musica spaccano il cuore e la mente del giovane portandolo alla pazzia, ad anni di solitudine, fobie e oscurità. Spingendolo a vagare per città e villaggi coperto da una logora pelliccia e con un enorme e pesante sacco di cianfrusaglie sulle spalle. Gunnar non è il solo attore sulla scena, a contendergli lo spazio d’azione nel romanzo è la bella e tormentata Ingrid, un’altra delle grandiose figure femminili create dalla penna della Lagerlöf, che ha la capacità di dare vita a donne ferite negli affetti più profondi, ma tenaci e pronte a trovare dentro di loro risorse inaspettate. Persino in una storia che parla di pazzia, di aspirazioni infrante, di figli adottivi senza amore, di fanciulle sepolte vive, di miseria, la Lagerlöf riesce a narrare una fiaba, che tra sogni e suggestioni si trasforma in una storia d’amore. Un po’ surreale, a tratti macabra, velata di malinconia, ma tenera e salvifica, che riesce a trascinare anche i lettori d’oggi (l’opera è stata pubblicata nel 1899 a Stoccolma ed è inedita in Italia) tra campagne desolate, castelli decadenti, casette in mezzo al bosco, con personaggi destinati a trovarsi e curarsi le ferite a vicenda, lottando contro pregiudizi e fragilità personali, per trovare il modo, rigorosamente insieme, di affrontare il mondo con tutti i suoi obblighi e le sue contraddizioni.