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Il visitatore notturno

Il visitatore notturno

Forse si tratta dell’hangover da dopo sbronza – la sera precedente è uscita con alcuni amici e ha bevuto un paio di bicchieri di troppo di sauvignon blanc – o forse no, ma Annabelle Talese sente che qualcosa non va. La finestra è aperta di qualche centimetro e lei non la apre quasi mai e davvero non capisce perché avrebbe dovuto farlo la notte precedente. La ventisettenne, che ha un passato da modella e che continua a lavorare dietro le quinte del mondo della moda, si mette a sedere sul letto, sistemandosi la t-shirt tutta arrotolata e i boxer in seta. Poi poggia le gambe giù dal letto e ricerca con i piedi le sue pantofole. Non sono dove le ha lasciate la notte prima, quando le ha sfilate con un piccolo calcio prima di rintanarsi sotto le coperte. Che sta accadendo? Sul pavimento, dove dovrebbero stare le pantofole, c’è invece il vestito a fiori che indossava la sera precedente. Ma non lo aveva messo nella cesta dei panni sporchi? Forse ha davvero bevuto troppo. Eccole le pantofole. Sono accanto alla sedia che in genere lei tiene dall’altra parte della stanza, ma che ora si trova più vicina al letto. Sulla sedia c’è un piatto, sul quale sta un biscotto morsicato. Qualcuno è entrato in casa sua durante la notte. Qualcuno ha armeggiato con i suoi indumenti ed ha mangiato un biscotto. Qualcuno è stato a meno di due metri da lei. Annabelle deve chiamare la polizia, ma il suo telefono dov’è? Di solito lo tiene sul comodino, ma ora non c’è. La giovane corre verso l’armadio. Infila una felpa, un paio di jeans e mette le sneakers ai piedi. Sta per uscire dalla camera, ma nota che il cassetto che contiene la sua biancheria è semiaperto. Si avvicina e guarda all’interno. Sulle sue mutandine è appoggiata la pagina di un quotidiano sul quale, con il suo rossetto preferito, sono state scritte cinque parole: “Resa dei conti. Il Fabbro”…

Un meccanismo oliato e preciso in ogni dettaglio, come uno di quegli orologi che l’Orologiaio, pericoloso serial killer divenuto una vera e propria ossessione per Lincoln Rhyme – scienziato forense che non sopporta di essere definito criminologo – lascia sulla scena dei suoi delitti. Un continuo succedersi di colpi di scena mozzafiato, che arricchiscono trama e sottotrame di una storia in cui gli indizi sono abilmente disseminati qua e là e inducono anche il lettore più navigato a trarre conclusioni che – come al solito – si rivelano errate. Un racconto in cui a dominare è la paura, quella paura che riesce a diventare angoscia e a far vacillare ogni certezza. Il Fabbro, uno psicopatico in grado di violare ogni tipo di serratura con la stessa naturalezza con cui un comune mortale apre la porta di casa propria, si insinua negli appartamenti di Manhattan nel cuore della notte, viola l’intimità dei padroni di casa – impercettibili ma sconvolgenti sono i segni del suo ingresso nella vita altrui – e rompe ogni equilibrio. Occorre fermarlo prima che sia troppo tardi e che la sua follia rompa gli argini e si trasformi in cieca e ben più pericolosa violenza. E chi meglio di Rhyme – aiutato come sempre dalla moglie Amelia Sachs e affiancato dai colleghi di sempre – può penetrare in una mente contorta e leggerne gli abissi? Jeffery Deaver, incontrastato maestro del thriller fin dal primo libro della serie (Il collezionista di ossa, datato 2002) che vede come protagonista l’arguto studioso tetraplegico, riesce una volta ancora a raccontare l’oscurità della mente umana. E lo fa trascinando il lettore in un vortice di cambi di scena, tra mille domande e altrettanti tentativi di sbrogliare una matassa quanto mai intricata. Un romanzo da non perdere, un’ulteriore conferma del talento narrativo di un autore che può vantare oltre venticinque milioni di copie vendute. Chapeau!