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Il vizio della solitudine

Il vizio della solitudine

Un uomo solitario se ne sta seduto in riva al Ticino, fuori Milano, a contemplare il fiume. All’improvviso, nella radura alle proprie spalle, si concretizza una scena alla quale assiste non visto grazie alla vegetazione: un nigeriano con un’arma in pugno sta facendo inginocchiare un nordafricano, sarà un’esecuzione. L’uomo solitario impugna la calibro 22 che detiene irregolarmente, si palesa, e la punta a sua volta contro il nigeriano. Il nigeriano si volta verso di lui con l’arma. Non desiste, anzi, spara per primo. L’uomo solitario risponde al fuoco, il nigeriano resta a terra. Il nordafricano scappa. Senza capire minimamente cosa sia successo, l’uomo solitario corre alla propria auto e si rifugia a casa. Poco dopo, sulla scena dove è rimasto solo il corpo senza vita del nigeriano, sopraggiunge un personaggio con un vistoso impermeabile bianco, scuote la testa dal cranio rasato e se ne va. L’uomo solitario è Ennio Guarneri, cinquant’anni, ex ispettore di polizia dimessosi con disonore. Non ha chiamato soccorsi, tantomeno gli ex colleghi, aspetta. I notiziari non parlano del delitto, tv, giornali, web, niente. La scena deve essere stata ripulita: Ennio ha ucciso uno sconosciuto senza sapere di cosa si sia trattato. L’incognita sembra destinata a restare tale. Almeno fino al momento in cui uno sconosciuto si presenta a casa di Ennio: il visitatore ha un vistoso impermeabile bianco ed il cranio rasato...

Ecco come si scrive un corposo, corposissimo noir di 330 pagine facendo buona letteratura con una storia originale ed atipica presentata in una forma altrettanto fuori cliché. Si potrebbe parlare di un noir introspettivo, perché la narrazione è affidata alle pagine del diario che il protagonista scrive raccontando la vicenda. Coniugandola però al presente storico, cosa che ci consente di seguire con thrilling costante anche eventi che sappiamo essere già successi. Un po’ come nel film Carlito’s way di Brian De Palma: lo vediamo all’inizio che Carlito Brigante è morto, eppure nel lungo flashback speriamo fino alla fine che ce la faccia a prendere quel treno... E poi, nella storia assurda che travolge il protagonista, si viene trascinati in un mondo sotterraneo e parallelo che, nei suoi meccanismi oscuri, così assurdo non è. Tutto è reso umano, anche il male. Non “buoni e cattivi”. E questo è qualcosa di più maturo rispetto agli imperversanti e sedicenti noir che, calcando questo facile schema all’americana, limitano il sedicente romanzo al congegno della vicenda in sé, accompagnandola poi col solito corredo di elementi, ben che vada, estetizzanti e niente più. Altro felice escamotage di Raul Montanari: con il pretesto che le parole che leggiamo sono quelle di un diario, l’autore in quanto tale si nasconde, delegando al linguaggio dell’io narrante una scelta lessicale e sintattica semplice e lineare, consona al personaggio e, sempre col pretesto del diario, fa sì che il protagonista possa travalicare l’intreccio, abbandonandosi a riflessioni che trasmettono al lettore l’essenza di Una condizione umana. Cos’è il Romanzo se non questo?