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Il volto verde

Il volto verde

Un’Europa sofferente e povera, reduce da un grande conflitto: in piena secessione economica, afflitta dalla miseria, stordita da una disperata emigrazione di massa. L’umanità, che si giurava migliorata e rafforzata dalla sopravvivenza alla guerra, e si credeva più equilibrata per la coscienza dell’orrore, vive ancora nel baratro dell’incertezza e della disillusione. L’Olanda è rifugio di intellettuali e di viaggiatori in cerca di fortuna, provenienti da tutto il continente. Un elegante straniero cammina, pensoso, per le vie di Amsterdam. Sedotto dall’insegna di una bottega, dall’altra parte della strada, si sofferma di fronte all’ingresso. La scritta bianca, su sfondo nero, dice: “Bottega delle meraviglie di Chidher Grün” (Grün significa “verde” e “inesperto, immaturo, acerbo”). Lo straniero è in realtà un ingegnere austriaco, Fortunat Hauberrisser, da tre settimane ad Amsterdam. Vive una fase di volontario disorientamento: è all’oscuro dei nomi delle vie e degli edifici che incontra, non legge giornali, abita in una casa dove tutto gli è estraneo. È in cerca di “nuovo stupore”, vorrebbe vivere e leggere la realtà con la meraviglia di un novello Kaspar Hauser; sogna di divenire un punto a fine frase, e di non restare una virgola in eterno. Incuriosito, o forse per evitare d’ascoltare altri commenti dai passanti, divertiti dai suoi abiti, entra nel negozio. La costruzione che ospita la bottega è bassa e a forma di cubo; sembra quasi la cima d’una cupa torre, sprofondata anno dopo anno nel terreno, fino al limite del suo “collare di pietra”, l’attuale vetrata. Nel cuore della vetrina, campeggia un teschio giallo, di cartapesta; quel teschio è “L’oracolo di Delfi, ovvero la voce dell’aldilà”. La bottega è piena di strani oggetti: dai libri dei sogni egizi, ai giocattoli, alle cimici e agli scarafaggi finti, fino alle manette e alle cartoline erotico-kitsch. In un angolo, le gambe accavallate, un uomo di pelle scura e dai tratti balcanici siede, leggendo un giornale; dal retrobottega s’avvicina la commessa, che riconosce, per via dell’accento, l’elegante straniero come un compatriota. Per pochi fiorini gli mostra il gioco dei turaccioli; in quel mentre, tra alte grida provenienti dall’esterno, entra uno zulu gigantesco, dalla folta barba nera, indosso un impermeabile a scacchi, una lancia in mano. L’uomo dai tratti balcanici si alza, riverisce lo zulu, prende la lancia e la infila con grande disinvoltura nel portaombrelli; quindi, lo conduce nel retrobottega. Lì, già siedono due signori attempati, dall’aspetto di commercianti; stanno guardando dentro una scatola(forse un apparecchio cinematografico). In fondo a un corridoio, infine, appare un vecchio ebreo in caffettano, dall’aria profetica, cernecchi lungo le tempie, kippah di seta e folta barba bianca. La bottega si tinge di vita in pochissimi istanti; varia umanità, strane vicende. La commessa racconta all’elegante straniero che lo zulu è Usibepu, stregone in patria; l’uomo dai tratti balcanici è il professor Arpád, di Bratislava: deve insegnare nuovi segreti al medicinae doctor africano. Lo intravediamo, infatti, due pugnali conficcati in gola e un’ascia nel cranio, strabiliare il collega. Lo straniero si volta intorno, rapito dal profumo della vernice dei giocattoli; sfoglia alcuni libri, sorpreso dal contrasto tra la lussuosa rilegatura e la pessima stampa. Ascolta il mormorio dello zulu e del professore, e si assopisce, come ipnotizzato. Al risveglio, crede d’aver ricevuto una rivelazione. Mentre è tutto preso dalle sue riflessioni, gli si fa incontro l’ebreo, che si presenta come proprietario del negozio; quasi come gli avesse letto nel pensiero, gli dice che non può imparare l’essenza della magia senza saper riconoscere una bottega delle meraviglie o un “libro della vita”. Il misterioso commerciante afferma d’essere da sempre sulla terra. Il colore della sua pelle tende al verde oliva, come quello degli uomini preistorici, afferma Meyrink. La commessa confeziona un nuovo teschio di cartapesta per lo straniero, e lo invita a fargli una domanda. Il teschio, senza neppure ascoltare la domanda, elabora una risposta. Il senso è questo:“Rimpiazza i desideri con la volontà”. Fortunat, perplesso, decide di farsi spedire il teschio a casa: non vuole sembrare Amleto ai viandanti. Fortunat si presenta ad un appuntamento, in un caffè dove lo attende l’amico barone Pfeill; parlano della figura leggendaria dell’ebreo errante, Pfeill ne descrive le fattezze, che ricorda d’aver visto raffigurate in una tela, e giura che il suo nome sia Chidher. Mentre Fortunat medita sulle strane coincidenze, scopre al suo fianco un noto avventore: è quello che, per via dello strano travestimento, prende a chiamare in cuor suo non il professore, ma l’impostore di Bratislava: quel signore dai tratti balcanici, Arpád, che aveva accolto lo zulu nella bottega. Si presenta come conte Ciechonski, polacco, e parla, tra le altre cose, della città dorata di Salomone, Ophir, e dell’attesa del Messia tra gli zulu e tra gli ebrei. L’incontro non sembra fortunato: l’ingegnere austriaco si annoia del sedicente conte e se ne libera in fretta. Nel frattempo, il barone Pfeill è ossessionato dal pensiero del quadro: e va in cerca di conferme alla sua memoria, salvo poi scoprire che la tela che ricordava d’aver visto, in realtà, non esiste. E il teschio oracolare, una notte, si mette autonomamente in moto e inizia a produrre fogli di carta, mentre Fortunat dorme…

Dapprincipio, Il volto verde è un rompicapo cerebrale e goticheggiante. L’identità dei personaggi si svela poco a poco; costruiamo la loro personalità e la loro storia individuale pagina dopo pagina, faticando per dissipare la nebbia che ammanta lo stile di Meyrink. Progressivamente, il romanzo diventa un’opera iniziatica; sfuma la letteratura, scompare ciò che è letterario: il libro diviene organo, strumento di comunicazione d’altra conoscenza: Il volto verde è una sintesi primitiva d’insegnamenti esoterici, un’intrusione artificiosa in un laboratorio alchemico. La complessità dei primi capitoli, degni di pazienti operazioni di annotazioni a margine e ricostruzioni a latere, si scioglie in una deriva teosofica, affascinante ma piuttosto pretenziosa. Inutile rassicurare il lettore: questo è un testo di difficile comprensione e d’ostile accessibilità. La lingua adottata è densa e frastagliata da toni apodittici, e la narrazione non di rado è didascalica; non è un manuale di scienze occulte, ma a tratti ambisce ad esserne compendio. Come nelle altre opere di Meyrink, si registra una strana densità di personaggi e di colori; la narrazione sembra fissarsi su un protagonista principale, ma in realtà il lettore è sballottato da un personaggio all’altro, e perde spesso l’orientamento. È una a volte confusa sovrapposizione di pensieri e di argomenti; si concentrano e si intrecciano, ed è vistoso e impressionante, microcosmi su microcosmi. Emergono differenti sentieri di lettura: al termine, potremmo giudicare questo romanzo una storia d’amore, la storia di una iniziazione, una parabola sull’ebreo errante, un compendio teosofico. Nessuna definizione sintetizza con efficacia lo spirito del libro. È letteratura “altra”: non è solo gotica, non è solo “fantastica”, non è solo “esoterica”, non è certo “noir”. È Meyrink. Una sorgente misteriosa, indecifrabile. Indecifrabile, stavolta, davvero. Il libro è strutturato in quattordici capitoli, sprovvisti di titolo, e in un epilogo. Strane difformità architettoniche, tra un libro e l’altro: mentre Il Golem si fondava su capitoli brevi e non numerati, ma tutti titolati, con un procedimento tutto sommato analogo al di poco successivo La notte di Valpurga, e mentre La casa dell’Alchimista, l’ultimo libro rimasto incompiuto, presentava numero e titolo per ogni capitolo, questo Il volto verde adotta ancora un’altra soluzione, come si diceva: capitoli numerati, e non titolati. Sembra dunque che non si possa affermare che sia esistita uniformità strutturale nella produzione narrativa di Meyrink: il valore di questa analisi è tuttavia fortemente limitato dalle edizioni italiane esaminate, pubblicate da quattro editori differenti con criteri filologici spesso diseguali. Nell’impossibilità di visionare la stesura originale, registro questa stranezza con qualche perplessità. “In un certo senso hanno perfettamente ragione quelli che ridono quando uno dice di voler cambiare l’umanità. E tuttavia sfugge loro il fatto che anche il cambiamento radicale di uno solo basterebbe. La sua opera non può morire – che il mondo ne venga a conoscenza o meno. Costui apre nella realtà una breccia destinata a non richiudersi mai più, non importa se gli altri se ne accorgono subito o dopo un milione di anni. Quel che è nato può svanire solo in apparenza”.