Farid una margherita piccola. Irina una margherita con salsiccia, da portare via. Amin una margherita veggy. Syed alette di pollo, come ogni volta. Alicia uguale: alette di pollo. La lista della cena del personale è il primo incarico di Ilaria da neoassunta all’Oasi. Un elenco semplice, ripetitivo, quasi meccanico. Pizza o alette: non esiste molto altro per chi lavora dodici ore a quattro euro l’ora, in quel beach bar sul litorale di Ostia. Quando Ilaria arriva, prima che il suo turno di dodici ore inizi, deve lasciare il telefono. Scrive a sua madre che si sentiranno dopo e risponde alla sua migliore amica, Giulia. Giulia, a differenza di Ilaria, sa fin da bambina qual è il suo obiettivo: vuole diventare ostetrica, e la sua determinazione lo sta rendendo possibile. Ilaria, invece, resta sospesa. Non sa quale sia il suo posto nel mondo, né se esista davvero un posto che le appartenga. Lei che, all’esame di terza media, alla domanda “Cosa vuoi essere da grande?” ha risposto: “Felice”. A volte si immagina seduta di fronte a Francesca Fagnani, sotto le luci di Belve, rendendosi conto di non saper rispondere neanche a una semplice domanda su sé stessa. Chi è e cosa sta facendo sono due domande di riserva e l’unica certezza inizia ad essere il suo nuovo lavoro presso l’Oasi. L’Oasi è come una giungla: suoni, odori, dialetti che s’intrecciano, culture che coesistono. Quando Davide, il figlio del proprietario, chiede a Ilaria — l’unica italiana del personale — una mano per una ricerca sulla biodiversità, lei non potrebbe essere più preparata. “La biodiversità è l’insieme di organismi diversi che vivono in un ecosistema. Quindi, per capirci, il fatto che c’è la savana con i leoni e le gazzelle, ma pure il Polo Nord con l’orso bianco e le foche, eccetera”. Non è solo il personale a essere eterogeneo, ma anche gli avventori del bar-ristorante: in Davide, un ragazzino viziato e apparentemente abbandonato a sé stesso, c’è molto più di quanto appaia; e in Viola, la silenziosa ragazza dalla felpa nera che ogni giorno si apposta di fronte all’Oasi con il suo mercatino di cianfrusaglie, molto più di quanto si sia disposti a immaginare…

Ilaria nella giungla è un esordio potentissimo. Si ride, ci si commuove e si riflette attraverso spunti mai banali che l’autrice, Ilaria Camilletti, classe 2005, inserisce a intervalli regolari tra capitoli brevi ma pieni, pienissimi. È una pienezza, quella che avvertiamo, che ci accompagna fino all’ultima pagina e che ci riempie il cuore, ingentilendolo. La giungla di Ilaria è il dispositivo attraverso cui leggere il disorientamento esistenziale non solo della protagonista, ma anche di un’intera generazione. Ilaria è la narratrice: una protagonista così reale da non far fatica a immaginarla come una nostra collega, amica, vicina. Accanto a lei si muove una costellazione di personaggi secondari che contribuiscono a dare spessore al racconto. Quasi mai funzionali alla trama, ciascuno sembra piuttosto incarnare una possibile traiettoria esistenziale, una variazione sul tema dell’identità e della sopravvivenza. Non sorprende, allora, la proposta per il Premio Strega da parte di Fabio Geda. Al di là del valore letterario, già evidente, Ilaria nella giungla intercetta con precisione alcune delle tensioni più vive della narrativa italiana contemporanea — e lo fa con una voce che ha tutta l’aria di voler restare. Culture che coesistono, storie di vita e di immigrazione, generazioni a confronto: sono questi i temi che, grazie ad un linguaggio immediato e senza orpelli, attraversano un romanzo di neanche trecento pagine ma dal peso specifico di una storia indimenticabile. Resta, soprattutto, l’impressione di trovarsi di fronte a un esordio consapevole: Ilaria Camilletti dimostra di saper dosare materia narrativa e ritmo, e di saper costruire una voce riconoscibile senza forzarla. Se questo è l’inizio, non vediamo l’ora di leggere altro.