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Incubi a Nordest

Incubi a Nordest
Adriano ha trent'anni compiuti e non sopporta più la vita in fabbrica, ma sembra non far niente per cambiare le cose. Abita in un buco di appartamento a quattrocentocinquanta euro al mese e, contando luce, acqua, gas e cibarie varie, non gli resta granché per vivere. Vive in pieno Nordest. Un Nordest arricchito in fretta, ricco per i ricchi e povero per i poveri. Una società alla deriva che lotta con tutte le sue forze nel tentativo di opporre resistenza al lento processo di disgregazione dei propri sogni e ideali. È cresciuto in un paesino appiccicato alla zona industriale di Treviso, in un posto che, come tanti altri da queste parti, ha ceduto alla richiesta immobiliare e visto tonnellate di cemento invadere ogni campo. Qui, nel Nordest, la "normalità" è modellata sul lavoro e per quasi tutte le persone "normale" è anche l'ignoranza che si impadronisce di qualsiasi piccolissima strada, soggioga e pervade qualsiasi luogo. Adriano però è uno che non fa finta di niente. È uno che pensa, che dice di essere un pensatore nato. Sogna sempre a occhi aperti che arrivi qualcuno a bussargli alla porta per offrirgli chissà cosa. Fantastica, immagina, costruisce castelli in aria, ma continua a sprofondare negli incubi più ambigui e incomprensibili ogniqualvolta oltrepassa l'odiata soglia della fabbrica, tutte le volte che timbra quel maledetto cartellino…
Incubi a Nordest è un libro vivo, in continua fibrillazione linguistica, con una scrittura acida, sferzante, brusca, piena di rabbia, ricca di trovate fulminanti, con un linguaggio tagliente e un umorismo per nulla consolatorio. Una narrazione libera da schemi linguistici, che segue certi ritmi cinematografici, procede a fotogrammi veloci e spiazzanti, si rivela sincopata e coinvolgente, veloce, diretta, sempre viva, molto concreta, soprattutto fresca e ispirata. Alberto De Poli scrive di una società che crea schiavi illusi di essere liberi, parla della sofferenza, di come spesso la gente preferisca rimanere in mezzo ai problemi per continuare a lamentarsi, a sentirsi misera. Di un Veneto in cui, come scrive molto bene Massimiliano Santarossa nella prefazione, il lavoro tende ad assorbire e divorare tutto e i cui "ragazzi cercano comunque una deriva, una fuga, un'auto-assoluzione dentro paradisi sintetici, un vero e proprio rifiuto dei modelli che conoscevamo, quello dell'esplosiva ricchezza, dell'industria invasiva, del progresso che si fa unicamente sviluppo produttivo e mai umano".