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Indipendenza

Indipendenza

Ranipur, Bengala, India, agosto 1946. Lo zamindar Somnath Chowdhury sta giocando a scacchi con la diciottenne Priya, la figlia del suo migliore amico, Nabakumar Ganguly. È stato proprio lui, dieci anni prima, a insegnare a giocare alla ragazza, quando era una piccoletta di otto anni, e ora rischia di farsi battere proprio da quel soldo di cacio. Priya indossa il sari tessuto a telaio e indossato in genere dalle ragazze della sua età. Ha il volto sorridente incorniciato da qualche ricciolo ribelle sfuggito alla lunga treccia. A guardarla così, intenta a studiare la mossa successiva, non si direbbe affatto che stia cullando nel cuore un progetto, un sogno proibito. Quando i domestici appoggiano del cibo sui tavoli di marmo accanto alla scacchiera, Priya si sente in colpa: a casa sua madre e le sue sorelle staranno mangiando solo riso soffiato e zucchero grezzo, un semplice piatto contadino. Purtroppo a casa Ganguly i soldi spesso scarseggiano e il problema è di Nabakumar, il papà di Priya, che esercita la professione di medico sia a Ranipur che a Calcutta, ma ha la pessima abitudine di occuparsi anche e soprattutto di pazienti poveri, che non sanno come pagarlo. Così poi la gente finisce per approfittarne, lamenta sovente Bina, la madre di Priya. Mentre Manorama, la sorella di Somnath, invita il fratello a fare una pausa dal gioco, per permettere a Priya di mangiare qualcosa, al piano di sotto della casa si sente un gran trambusto e poco dopo ecco apparire Jamini, la sorella di mezzo di Priya, che la chiama a gran voce e la invita, con modi piuttosto bruschi a dire il vero, a rientrare a casa, perché la madre ha bisogno del suo aiuto. Priya è intenta nel gioco e non ne vuole sapere, ma quando la sorella, con l’aria misteriosa di chi è depositaria di un segreto che non può condividere, le spiega che Nabakumar, il padre, è rientrato a casa prima del previsto, Priya scatta in piedi, rivolge a Somnath uno sguardo carico di scuse, e si appresta a seguire Jamini. Priya adora il padre e non vede l’ora di riabbracciarlo…

Tre sorelle, molto diverse una dall’altra, che vivono gli eventi legati al microcosmo della loro famiglia intrecciati a quelli di un periodo storico complesso e difficile come è quello che porterà l’area nella quale le ragazze vivono, un villaggio rurale del Bengala, all’indipendenza dagli inglesi e alla creazione dello stato del Pakistan. Questo è il tema intorno al quale ruota il romanzo di Chitra Banerjee Divakaruni, poetessa, saggista, attivista indiana naturalizzata statunitense, giornalista e pluripremiata scrittrice. Affidandosi alternativamente, di capitolo in capitolo, alla voce narrante delle tre sorelle, l’autrice riesce a mescolare con abilità i fatti più importanti di un’avvincente saga familiare alle vicende storiche, spesso cariche di violenza e dolore, relative all’indipendenza dell’India, affiancando alla narrazione dei fatti anche informazioni di cronaca e richiami a personaggi reali che hanno fatto la storia della nazione, primo tra tutti il Mahatma Gandhi. Tre sorelle diverse, si diceva, con desideri e ambizioni completamente differenti. Deepa, la più impulsiva e audace, si innamora di un musulmano proprio nel momento in cui la lotta tra indù e musulmani è più cruenta. Priya, la più coraggiosa, accarezza il sogno di calcare le stesse orme del padre e diventare medico in una realtà in cui certi sogni e ambizioni sono preclusi alle donne. Infine Jamini, all’apparenza timida e un po’ schiva, è in realtà animata da una pericolosa passione nei confronti del fidanzato della sorella. Vicende familiari piuttosto turbolente, quindi, che si affiancano a pagine di storia altrettanto difficili. Attraverso una scrittura diretta, fluida e mai sopra le righe, Chitra Banerjee Divakaruni racconta la lotta per l’indipendenza della propria nazione e quella per la realizzazione dei propri sogni; racconta il valore della sorellanza e affronta temi universali, ma sempre attuali: l’amore, l’ambizione, il desiderio di libertà, l’orgoglio personale e nazionale.