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Infanzia

infanzia

A Istedgade, di mattina, quando il padre e il fratello Edvin sono già usciti e a casa regna la quiete, il tempo sembra fermarsi e la realtà dentro e fuori dalla casa rarefarsi, a patto che Tove, che ha cinque anni, rimanga zitta e perfettamente immobile. In questi momenti le è concesso di ammirare, quasi di nascosto, i bei capelli lisci della madre, le sue mani affusolate che reggono il giornale, la sua espressione felice e assorta in pensieri segreti e di godersi la speranza di un giorno sereno, nutrito dall’affetto e dalla complicità con la madre. Ma basta poco per infrangere questa quiete: è sufficiente lo sguardo carico d’angoscia e di dolore di Tove davanti al quadro “Donna in attesa del ritorno del marito dal mare” per scatenare nella madre una risata spietata che sancisce la fine della favola e dà inizio a una giornata di movimenti bruschi e rabbiosi, di ceffoni e di liti. Il legame tra madre e figlia ora si è rotto, sostituito da una distanza e un’ostilità che si accentuano quando non sono sole. Se il padre legge, la madre commenta che “a leggere si diventa strambi”, se lui accarezza affettuosamente la testa della figlia, la madre serra le labbra in un’espressione dura che blocca la gestualità spontanea del marito, a cui non risparmia di rinfacciare l’appartenenza socialista. Tove si sente spesso sola e spaventata dall’aggressività in cui vive e se da bimba il rifugio è il gioco, crescendo l’unico spazio di serenità diventa quello della poesia, che la protegge dalla solitudine che prova in casa…

Pubblicato ora per la prima volta in traduzione italiana da Fazi, Infanzia, scritto nel 1967, è il primo romanzo della trilogia di Copenaghen della scrittrice danese Tove Ditlevsen (1917-1976), celebrata poetessa e romanziera. Tove è una bambina sveglia e sensibile, figlia di una famiglia operaia mantenuta dal padre, costretto a barcamenarsi tra un lavoro precario e l’altro. L’atmosfera in casa non è serena e la principale causa di ciò è l’irascibilità della madre, che per risentimento è sempre pronta a rimbeccare il marito e quasi mai affettuosa con i figli, che soffrono della sua durezza. Tove, che sente il confronto con un fratello in cui i genitori ripongono grandi speranze, pensa di essere la figlia stupida e brutta che non è in grado di legare con i suoi coetanei, anche se in realtà riesce a fare amicizia con Ruth, una bambina del suo quartiere che la inizia ai segreti del mondo adulto. Ma la sua vera amica, l’unica alla quale può rivelare sé stessa, è la poesia. Tove scrive di nascosto e gelosamente custodisce il suo quaderno di poesie, soprattutto dopo che il padre le ha detto che le donne non possono diventare scrittrici. Oltre ad essere un rifugio e uno spazio di libertà, l’album di poesie diventa anche il laccio che la tiene legata al tempo della sua infanzia, ormai vicino alla fine. Commovente è il contrasto tra il desiderio di Tove di crescere, di rendersi indipendente dalla famiglia e di crearsi un suo spazio di vita e il contemporaneo desiderio di non perdere l’infanzia, per la quale è forse fin troppo matura. Un romanzo intimo e delicato, in cui realtà adulta e percezione infantile si mescolano anche nello stile, restituendoci la visione di una bambina che cresce, cambia e si affaccia a una vita complessa alla quale non riesce bene ad adattarsi.