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Infinito

Infinito

New York, aprile 1996. “È tardi, it’s late”. Papà gli parla in questo modo: dice una frase in italiano e poi la ripete in inglese o viceversa. È convinto che conoscere bene le lingue gli darà una marcia in più. Camminano lungo la Sesta Avenue, entrambi in giacca e cravatta con un cappello di feltro in testa. Quando arrivano al 1155 di Avenue of the Americas, l’atrio è vuoto, c’è solo una centralinista dietro la scrivania che fa un puzzle. A un certo punto chiama il nome dell’uomo: “Alexander Scirocco!”. Dice al figlio che deve leggere a voce alta e ripassare l’ultima battuta: lui tornerà presto. Il bambino si mette a guardare fuori dalla finestra che si affaccia sul retro di una scuola. Intravede degli alunni con una giacca blu nuova fiammante. C’è anche la ragazzina dalla faccia buffa, i cui occhi neri gli tengono compagnia durante le lunghe ore di attesa in quell’atrio freddo e vuoto. È convinto che lei lo guardi. Si alza e apre la finestra, ma deve richiuderla subito alle grida della centralinista. Non vede più la bambina e si sente solo. Passa davanti alla donna senza essere notato. Cammina lungo il corridoio. Apre una porta a caso, poi un’altra e quella dopo, ma non trova il papà. Quando apre l’ultima porta in fondo, la richiude subito. È come se avesse visto qualcosa di brutto, che non doveva vedere. Spia attraverso la fessura nel legno: tutto è luminoso, una luce bianca lo abbaglia. New York, ottobre 2010. Chris ha ventidue anni, due occhi color mar Caspio, i capelli biondo grano e un naso siciliano un po’ aquilino che rende il viso bellissimo, persino interessante. Abita in una townhouse nella Sessantacinquesima, è il nuovo Leonardo di Caprio. Eppure appartiene alla categoria delle persone più disperate della terra. Racconta agli amici – Jackson, illustre professore universitario –, e Oliver, disoccupato amante dell’Italia – che non vede la figlia Penelope da tre mesi. Suonano il citofono. Davanti alla porta ci sono tre ragazze travestite per Halloween: Minnie, Wonder Woman e una crocerossina che, una volta nell’appartamento, rimane senza compagnia. Va in cerca di Chris, ma quando raggiunge, non riesce a sedurlo. New York, aprile 1996. Papà ruzzola sul marciapiede tutto nudo. Qualcuno gli butta i vestiti vicino ai piedi del figlio e gli intima di andarsene: “cazzo moscio”. Quando riprendono a camminare, l’uomo è silenzioso, la sua stretta di mano però è ferma come al solito. Chiede al figlio se ha ripassato l’ultima battuta. La ripete e il padre gli dà qualche consiglio. Il bambino, che ha otto anni e paura per il provino che lo aspetta, vorrebbe non farlo, ma papà lo ammonisce: “Colpo non dato, colpo mancato”...

Chris Alexander, oltre al nome, che è diventato il suo cognome, ha ereditato molto dal padre, un attore mancato di origine italiana che lo ha cresciuto da solo, dopo la morte della moglie, costretto perfino a girare film a luci rosse. Chris è diventato una star hollywoodiana anche per riscattare il suo fallimento e parla italiano con la figlia di tre anni, Penelope, ogni volta che riesce a vederla – poco, perché la sua ex moglie sta facendo di tutto per impedirglielo. Questa situazione condiziona il suo lavoro oltre che la vita sentimentale. Almeno fino a quando non incontra al Caffè Taci, un ristorante dove si esibiscono giovani aspiranti musicisti, Paloma. Di origine italiana, fa la modella per uno scultore squattrinato, canta divinamente e vorrebbe esibirsi alla Carnegie Hall, ma ha già provato due volte, inutilmente. Soprattutto, è fidanzata con un avvocato senza scrupoli che Chris conosce bene, visto che rappresenta la ex moglie e nelle udienze per l’affido di Penelope non risparmia colpi bassi. Però, grazie alla sua tenacia e ai consigli dell’amico Jackson, Chris riuscirà a battere il sistema, anche se la felicità si rivelerà più che mai effimera. L'inizio del romanzo sembra promettente. L'atmosfera newyorkese e l’alternarsi di due piani temporali sono intriganti, ma purtroppo le promesse svaniscono gradualmente. I personaggi non vengono sviluppati in modo adeguato, le emozioni rimangono in superficie e alcune situazioni sono poco credibili. Un esempio. Il giudice raccomanda la presenza di una bambinaia ogni volta che Penelope passerà la notte dal padre. Potremmo sorvolare sul fatto che Chris faccia il bagno nudo in presenza della figlia solo perché lei ha le lacrime agli occhi, salvo poi sentirla chiedere se quello che vede nella vasca è “un pisello”, ma perché correre il rischio e far entrare una sconosciuta che dice di essere la bambinaia, dopo il precedente delle tre escort?! Penelope dorme e così il padre viene sbattuto fuori di casa dalla donna, Maria Cerveza Eleanor III, per tre ore, che lui decide di trascorrere anche in compagnia di una massaggiatrice cinese, legato polsi e caviglie al lettino, per poi scoprire, una volta rientrato, che la bambinaia è immersa in un sonno profondo e che Penelope non è più nel suo letto. Anche alcuni dialoghi, soprattutto quelli in cui è la bambina a esprimersi, sono inverosimili. Come nel caso in cui l’amico di Chris, spiega l’origine del termine “fuck”: “Fuck, Penelope....” incominciò Olivier con una voce suadente come se le raccontasse una fiaba. “Arriva dal lontano Medioevo in Inghilterra. Il re aveva lo ius primae noctis: il diritto di andare a letto con qualsiasi dama del reame nella sua prima notte di nozze. Così ogni coppia doveva fare domanda al re di rinunciare al suo diritto, e se il re era buono, o se la dama non era particolarmente attraente, il re acconsentiva. E due valorosi soldati appendevano una pergamena sulla porta della coppia novella: ‘Fornication Under Consent of the King’. Abbreviato ‘FUCK!”. Molto istruttivo per una bambina di tre anni che, peraltro, afferma di apprezzare la storia. La parte finale potrebbe toccare le corde emotive dei lettori: si sta parlando di difficili rapporti familiari, di genitorialità, dell’importanza delle scelte che facciamo, di fallimenti e di riscatto, dell’amore e della vita che trionfa su tutto... – temi ricorrenti nella produzione dello scrittore torinese trapiantato a New York dove lavora come avvocato. Eppure, anche se alcuni cambi di prospettiva ci mostrano le difficili verità delle storie di alcuni personaggi, e pur avendo mostrando, a tratti, una certa erudizione, la scrittura manca di sostanza: il libro non ci commuove, non ci sorprende e insegna poco.