Ed Coleman e Ray Garrett, ex suocero l’uno e, ovviamente, ex genero l’altro, stanno percorrendo una buia strada di Roma, dal ristorante dove hanno mangiato, il Caffè Greco, alla stazione dei taxi. All’altezza della via Nomentana, Coleman si fruga in tasca, cercando qualcosa, poi all’improvviso si pianta davanti a Ray Garrett e gli spara. L’esplosione manda l’uomo contro una siepe, disorientato dal gesto e dal rumore che gli rintrona nelle orecchie. Coleman intanto fugge e scompare in un attimo. Ray ci mette un po’ a capire se è stato colpito dalla pallottola, ma poi si rende conto di non avvertire dolore. Si fa accompagnare da un taxi all’Albergo Mediterraneo dove alloggia e comincia ad avvertire un po’ di bruciore nella parte alta del braccio sinistro. Si tocca e avverte l’umidità del sangue. Non appena arriva nella sua stanza scopre di avere la camicia con una macchia rossa, ma scopre anche di essere stato ferito soltanto di striscio. Si lava la ferita, si medica, si mette un cerotto. Poi lava la camicia sporca, si mette il pigiama e inizia finalmente a farsi una serie di domande. Coleman lo crede morto? Dove ha comprato la pistola? E quando?

Pubblicato originariamente nel 1967, Ethos Who Walk Away (che è cosa ben diversa da Inseguimento) è il dodicesimo dei ventidue romanzi di Patricia Highsmith (1921-1995). Gli anni Sessanta furono per Highsmith il decennio più prolifico in termini di produzione romanzesca — sette titoli tra il 1960 e il 1969 — ma anche il periodo sperimentalmente più ricco, quello in cui la scrittrice si spinse più audacemente al di là dei confini del genere. Inseguimento si colloca nel cuore di questa stagione e, per la complessità della sua architettura psicologica, è ritenuto oggi uno dei suoi capolavori, malgrado non ce ne sia mai stata una riduzione cinematografica e malgrado all’epoca della sua uscita il romanzo sia stato accolto tiepidamente dalla critica. La trama si apre con una scena in medias res di rara brutalità: Ray Garrett, giovane mercante d’arte americano, viene colpito da una pistolettata a bruciapelo sparata dal suocero Ed Coleman, pochi giorni dopo il suicidio della moglie Peggy, avvenuto a Maiorca. Ray sopravvive e segue Coleman a Venezia, dove i due si trovano coinvolti in uno spettrale gioco del gatto e del topo — Coleman ossessionato dalla vendetta e Ray altrettanto deciso a placare la propria coscienza, tormentato da un senso di colpa indefinito: avrebbe dovuto prevedere quello che stava per accadere e non lo ha fatto. Il cuore tematico del romanzo risiede nell’insolubile ambiguità morale dei due protagonisti. Le azioni dei due personaggi si sottraggono a qualsiasi logica consequenziale: Ray insegue l’uomo che ha tentato di ucciderlo non per vendetta né per autoconservazione, ma per un bisogno viscerale di essere capito e assolto. Sul piano strutturale, Highsmith adotta la focalizzazione alternata sui due protagonisti, costruendo una simmetria inquietante. Venezia non è in questo romanzo uno sfondo decorativo ma un correlato oggettivo dell’instabilità interiore dei personaggi. I canali scuri, labirintici e le strade tortuose sono utilizzati magistralmente per creare un’atmosfera di decadenza, mistero e profondità, personificazione perfetta di quella misantropia perturbante con cui Highsmith costruisce i propri personaggi. Highsmith conosceva Venezia profondamente e ne restituisce alla grande la doppia identità: la bellezza percepita dai milioni di turisti e la quotidianità ordinaria di chi vi abita, con le sue ombre e il suo degrado. Inseguimento è un romanzo che interroga l’identità maschile, il lutto patologico e la colpa come struttura esistenziale, con la precisione chirurgica che è cifra inconfondibile di Highsmith. Un’opera imprescindibile per chiunque voglia comprendere la traiettoria più sperimentale della scrittrice texana.