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Insperati incontri

Insperati incontri

C’è Alfonso Berardinelli, maestro nell’arte di scomparire. E c’è John Berger, che ci ha insegnato uno sguardo diverso per conoscere e per stanare le ingiustizie. C’è Romano Bilenchi, che crede che un narratore sia uno che racconta, e basta; e c’è Yves Bonnefoy, che spiffera come si sogna, ai ragazzi del carcere di Nisida. C’è Camon, che spiega bene perché è stato diseredato dal padre, e c’è Patrizia Cavalli, che ripete che l’unica vera esperienza è il sonno, “la parte più significante e reale della giornata”: e che solo quando dorme si capisce, e si apprende davvero. C’è Gianni Celati, che per Perrella è l’emblema dei suoi “insperati incontri”, e c’è Consolo, che parla a lungo di Sicilia, di Mediterraneo, di civiltà e della “sintassi del mondo”. C’è Maria Corti, “bambina entusiasta”, e Lidia Croce, “benefico folletto”; c’è Geoff Dyer, che giudica Napoli “the city that never sits”, altro che “never sleeps”, perché non trova mai un caffè dove starsene comodo. C’è Cesare Garboli, distinto signore che ama vivere in Versilia, là dove è nato, “piuttosto che nelle pettegole città dell’informazione”. E c’è il fantasma polacco di Napoli, Gustaw Herling, socialdemocratico, martire del comunismo in patria, vittima del clima culturale in Italia negli anni della Guerra Fredda; c’è La Capria, che spiega cosa significa che l’ideologia fosse “indecente”, al di là del Muro; e c’è Silvana Mauri, “donna di libri senza il libro”. C’è Ottiero Ottieri, che racconta il suo alcolismo e i suoi ventidue anni passati senza leggere nemmeno un giornale, e c’è il mitico Geno Pampaloni, orgoglioso di vivere “decentrato rispetto al potere editoriale”, a Firenze, che finisce per rivelare che la letteratura è il più grande esorcismo contro la solitudine, pur riconoscendo che la solitudine è “una vocazione, un peccato e una condanna”. C’è Ermanno Rea, che credeva l’Ilva fosse la “contro-cartolina di Napoli”, e che potesse essere il simbolo di un possibile riscatto della città; e c’è Zanzotto, che cercava ispirazione ovunque, anche nella lettura dei bugiardini…

Raccolta di interviste (anche “impossibili”), sketch, incontri, scritture radiofoniche e giornalistiche varie, suddivise in un “parisiano” ordine alfabetico, Insperati incontri è, nelle parole dell’artista, Silvio Perrella, classe 1959, un’opera “composita e polifonica”, una collezione di ritratti di vario genere e provenienza più varia ancora. Estremamente napolicentrica, tanto che in certi frangenti ho pensato che potesse essere disposta per rione o per quartiere partenopeo, piuttosto che nell’asettico “A-Z”, conferma la notevole sensibilità di uno scrittore e di un critico letterario che, nel corso degli anni, ha saputo farsi apprezzare non soltanto come curatore d’eccezione dell’opera di Goffredo Parise (sua, ad esempio, l’imperdibile raccolta adelphiana Quando la fantasia ballava il boogie) ma anche come “anfibio”, nei panni dello scrittore-fotografo. Gli incontri più felici della raccolta sono, con ogni probabilità, quelli dedicati ad Herling e a La Capria, non soltanto per le riconoscibili affinità elettive e per l’empatia profondissima; c’è più di una claudicanza, invece, nella rappresentazione degli editori (plurima e forse eccessiva, da Giulio Einaudi alla per ora poco memorabile Ginevra Bompiani, passando per donna Elvira Sellerio e per Feltrinelli jr; meno male che manca Gaffi) e rimane qualche inevitabile perplessità per le epifanie kitsch di Oscar Wilde e di Italo Calvino (con tanto di Ludmilla). Tuttavia nel complesso l’esperienza estetica rimane emozionante e coinvolgente, deliziosamente tenera nelle ripetute descrizioni di sofferenza (psichica, fisica, intellettuale) degli artisti. Perrella ha una certa facilità nel rappresentare la grandezza e l’essenzialità di quei critici letterari, come Garboli e Pampaloni, che hanno saputo mantenere le distanze dal circo chiassoso dell’editoria milanese e romana, fregandosene dei riconoscimenti e della fama che invece poteva loro derivarne. Dovrebbe significare qualcosa. Quando parla di Napoli e dei napoletani – succede spesso, è come se Napoli fosse l’ombelico del mondo, e forse non è vero – sa essere elegiaco e folkloristico. L’opera è apparsa nella collana unica della Gaffi: scelta da Raffaele Manica, è fregiata da una copertina del sempre riconoscibile Maurizio Ceccato.