Da Guerrieri a Guerrieri: conversazione con Gianrico Carofiglio

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Guido Guerrieri è nato a Bari nel 1962, nel 2000 aveva 38 anni, nel 2014 52. Dal settembre 2002 in qualsiasi momento avreste potuto leggere qualcosa di lui, protagonista ricorrente di alcuni dei romanzi di Giovanni Enrico “Gianrico” Carofiglio. La gestazione del testo della prima avventura (ambientata a Bari nel febbraio 2000) risale ai nove mesi precedenti il maggio 2001, quando l’autore era magistrato, sostituto procuratore presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, era già sposato con Francesca Pirrelli e la coppia aveva già due figli, Alessandro e Giorgia. Un anno dopo Elvira Sellerio lo chiamò per informarlo della scelta di pubblicare Testimone inconsapevole; poi è divenuto spesso a disposizione di un numero sempre crescente di lettrici e lettori. Abbiamo incontrato lo scrittore in esclusiva a Milano e con lui ripercorriamo la vita del suo personaggio letterario, in parallelo con la sua.




La misura del tempo è la sesta avventura di Guerrieri (ambientata come sempre a Bari e in Puglia nel febbraio 2014), uscita per Einaudi a fine novembre 2019, scalando ben presto (come i precedenti libri) la classifica delle vendite in Italia...
Guido Guerrieri non nasce come personaggio di una serie. Scrivere era il desiderio di tutta la vita, fino a quel momento avevo pubblicato tanti articoli legati alla mia dimensione professionale e un paio di saggi sulle tecniche di interrogatorio. Una coincidenza fortuita mi aiutò negli anni a cavallo di fine millennio, ci vuole sempre che qualcosa vada storta per rintracciare nuove vie e produrre svolte dalle difficoltà e dalle delusioni della vita. Partecipai a un concorso, per più ragioni non ebbi formale successo, potei finalmente dedicare più tempo alla narrazione di storie noir, raccontare la criminalità pugliese per il tramite di vicende processuali. La trama aveva bisogno di un avvocato penalista e ritenni utile cimentarmi con un punto di vista diverso dal mio sui percorsi giudiziari, provai con un personaggio metropolitano che si scontrasse subito ed esplicitamente con la propria mediocrità (rinfacciatagli dalla moglie che lo ha appena lasciato). Il caso che affronta e narra in prima persona al passato è l’occasione per una prima parziale rinascita, dal cui successo dipenderà anche il futuro del suo cliente, l’ambulante senegalese Abdou Thiam con un destino altrimenti segnato: accusa di aver ucciso un bimbo a Monopoli nell’agosto 1999, difesa d’ufficio, rito abbreviato, venti anni. Il primo romanzo non ha avuto subito clamoroso successo, comunque nel personaggio molti si sono identificati. L’ho così usato ancora, senza però che i caratteri divenissero macchiette stabili, puntando soprattutto sulla necessità contingente delle singole storie e alternandolo spesso con altre scritture, fiction e no fiction.

Guerrieri aveva fatto le elementari dalle suore, poi il ginnasio e frequentato palestre di pugilato in gioventù, preferiva vino rosso, caffè americano, Marlboro e Mercedes…
Più o meno come me a quel tempo… oltretutto il peggior caffè della città forse si beveva nel Palazzo di Giustizia.

Guerrieri si sentiva abbastanza vigliacco, fra l’altro la moglie Sara se ne era andata dopo dieci anni (senza figli) nei quali lui aveva preferito tradirla spesso e volentieri. Aveva attacchi di panico, crisi di pianto, allergia all’ascensore e ai giornali, depressioni varie per i troppi clienti ladri e truffatori, infime produttività e affidabilità…
Accetta quel caso proprio come tentativo (in parte “inconsapevole”) di riscattarsi, rispetto sia al cliente incarcerato che alla moglie separata. Decide di scontrarsi in modo doloroso con la propria denunciata mediocrità. Il caso è un rischio nel clima politico di quegli anni e l’incontro col nuovo amore Margherita non tutto in discesa. Sa gestire i riti giudiziari e alimentare i dubbi dei giurati. E conosce cinema e letteratura, soprattutto l’arte della guerra. Fin da allora iniziai a citare Lao-Tze: “Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”. Guerrieri non smette mai di allenarsi fisicamente con un avversario inanimato, Mister Sacco (da pugilato), per scaricare e misurarsi. Io ho sempre praticato discipline marziali.

Infatti nel secondo romanzo (ambientato nel novembre 2001) incontriamo una strana suora istruttrice di boxe cinese, di Wing Tsun e di altre arti (cedevolezza e paradosso), violentata da bambina (quando era Angela), diretta veloce brusca aggressiva affascinante, che ha aiutato e nascosto Martina, la cliente che Guerrieri deve ora assistere come parte civile, magra e graziosa trentacinquenne con problemi psichiatrici, maltrattata e perseguitata dall’ex, un balordo famoso medico, già picchiatore fascista, figlio di un presidente di sezione di Corte d’Appello, ricco e potente, difeso dal pessimo dannatamente bravo Dellisanti. Il nostro avvocato è meno cinico, ha acquisito difficoltà a dire bugie e smesso di fumare, non frequenta più molti amici ma ha consolidato sia il rapporto con Margherita (convivente due piani sotto) che il suo essere uomo di sinistra. Soffre ancora di vertigini (come da bambino) eppure A occhi chiusi riuscirà forse infine a lanciarsi col paracadute...
Uscì per Sellerio nel novembre 2003, ebbe un significativo successo commerciale. In realtà anche Testimone inconsapevole aveva continuato a vendere per l’intero anno, arrivando per la prima volta in classifica proprio quell’estate, molto per un passaparola fra i lettori. Guerrieri era lentamente nel cuore di lettrici e lettori, si era creata un’attesa per il personaggio e per la sua evoluzione più che per i suoi tic, una complessità diversa a ogni avventura. Provai anch’io a non ripetermi. Non doveva diventare noioso lui nel romanzo e non doveva diventare nemmeno caratterialmente ripetitiva la serie. Scrissi altro, il mio romanzo di formazione con tinte nere, poi nel 2008 portato sullo schermo da Elio Germano e Michele Riondino.

Con quel romanzo ottieni il Premio Bancarella. Anche i primi due Guerrieri erano risultati variamente premiati, aggiudicandosi il primo il Premio Rhegium Iulii, il Premio del Giovedì Marisa Rusconi e il Premio Città di Cuneo, destinati alle opere prime, oltre al Premio Città di Chiavari; il secondo il premio delle Biblioteche di Roma e il Premio Lido di Camaiore. Arriva il terzo che vincerà il Premio Viadana e il Premio Fregene. I Ragionevoli dubbi di Guerrieri sono ambientati nei primi mesi del 2005: vive solo, continua a dar pugni nel sacco, non fuma, predilige rum, gira in bici, passeggia di notte per le strade e le librerie di Bari, en passant dichiara di voler fare lo scrittore, prima o poi. Margherita è partita per lavorare in un’agenzia pubblicitaria americana. Gli arriva il telegramma di un detenuto, Fabio Paolicelli, che aveva conosciuto negli anni settanta come picchiatore fascista, ora in carcere per 40 chili di cocaina purissima trovata dai finanzieri del porto nell’auto dopo una vacanza con la famiglia in Montenegro. Gli dice d’essere innocente, che lo hanno difeso male. Resta un cattivo uomo di destra. Qui le incertezze sono ancora una volta identitarie, anche se sempre e comunque assalgono e arrovellano chi ha sani scrupoli etici, i rei, gli affetti, i difensori, i giudici. In pochi mesi deve preparare il processo in corte d’appello su un fatto confuso avvenuto all’estero molto tempo prima. Ci prova, facendosi ancora aiutare dal solito basso amico poliziotto ottimo ispettore Carmelo Tancredi...
Il ritorno di Guerrieri in libreria avvenne nel settembre 2006 e fu confortante, appena uscito arrivò subito al primo posto delle classifiche di vendita. Non è male che scrittori e lettori si occupino di rovelli etici, lì connessi anche alla storia fra Guerrieri e la donna del suo assistito. Il primo titolo lo aveva scelto Elvira Sellerio, per gli altri ho sempre detto di più la mia. Per il terzo avevamo anche noi ragionevoli dubbi, fino a un certo punto avevamo pensato a “Casablanca” considerato il finale che sembrava forse richiamare un poco quel capolavoro cinematografico. Anche la televisione si era interessata al protagonista, quasi in contemporanea all’uscita del terzo romanzo vennero trasmessi i primi due in quattro episodi. Ambientazione a Trani, grande attore, ottimo regista, ma non fu un successo e non ha lasciato tracce…

Forse anche per lo straordinario impasto narrativo dei romanzi da leggere: acume giudiziario, capacità introspettiva, equilibrio fra canoni e originalità, permanente ricerca appropriata dei termini da usare o togliere, uno stile denso e chiaro. I dialoghi e gli interrogatori vengono sempre commentati con ragionamenti e pensieri, si susseguono flashback su amicizie e dinamiche del passato universitario e incursioni (in corsivo o meno) su romanzi, film, album, canzoni di ieri e di oggi. Non mancano mai riferimenti (espliciti o impliciti) e rimandi letterari (più recentemente con un reciproco sfiorarsi dell’avvocato Guerrieri e del più anziano maresciallo Fenoglio, protagonista dell’altro successivo ciclo barese di Carofiglio), oltre che riferimenti a gusti musicali ed enogastronomici del protagonista (e dell’autore): fra i primi Mark Knopfler e i Dire Straits, Bruce Springsteen, Francesco de Gregori. Sono metropolitane precise commedie noir. Dopo il successo della terza avventura della serie Carofiglio cambia vita e muta di nuovo la prospettiva di scrittura. I tanti affezionati a Guerrieri dovranno cominciare ad attendere anni per vederlo ricorrere...
Dalla primavera 2007 Roma acquisisce una più frequente stabile residenzialità nella mia vita. Devo lasciare l’ufficio in Procura a Bari, durante la XV legislatura sono nominato consulente a tempo pieno di una importante commissione parlamentare, la Commissione Antimafia. Di criminalità organizzata mafiosa mi ero occupato fin da quando ero a Foggia come unico “applicato” (visto che le divisioni in regione erano solo due), dagli anni Ottanta la Puglia vede presenti molte differenti cosche territoriali (non solo la salentina Sacra Corona Unita), si valutò che potevo possedere una competenza ed esperienza utili a livello nazionale. Le indagini giudiziarie che avevo seguito avevano già talora costituito sfondo o ispirazione per casi e personaggi. A Roma ripresi soprattutto la riflessione sul rapporto tra lingua e potere, l’arte del dubbio, la manomissione delle parole, la precisione del linguaggio indispensabile a restare sempre con i piedi nel fango della vita materiale. Un binomio che mi ha poi accompagnato nella parentesi parlamentare, al Senato dal 2008 al 2013 durante la XVI legislatura. Non sono più tornato a fare il magistrato. E, nel frattempo, quando ricominciai a scrivere di Guerrieri mantenni ovviamente l’ambientazione barese pugliese e cercai una trama gialla, non più processuale, l’investigazione su uno specifico crimine.

Le perfezioni provvisorie (ancora un magnifico titolo) esce per Sellerio nel gennaio 2010 ed è ambientato nel marzo 2009. Un vecchio compagno di università ora civilista chiede al penalista Guerrieri di assumere l’incarico di ritrovare Manuela, la figlia ventiduenne di due suoi clienti, scomparsa da sei mesi dopo una vacanza fra i trulli di Ostuni. Lui deve ricostruire la rete di amicizie e amori che la ragazza aveva intessuto affinché le indagini non vengano archiviate. Guerrieri non ha perso alcune antiche sane abitudini ma ha cambiato studio e costruito una nuova squadra, s’avventura nella ricerca per un paio di mesi, tanto non riesce più a innamorarsi per bene dopo che Margherita ha deciso di restarsene in America...
Il processo, un processo, non è più al centro del romanzo, con le sue parti separate e le sue procedure strutturate. I generi sono etichette discutibili, comunque quel libro vira sul giallo, forse è il mio primo vero e proprio giallo, o poliziesco che dir si voglia. Avevo smesso di fare l’investigatore nella vita professionale, scrivevo altro (saggi e romanzi), volevo approfondire la riflessione sul rapporto fra passato (remoto e recente) e presente. Il tema è etico: rispettare gli impegni presi, accettare questo tipo di ricerca della perfezione, che comunque resta parziale, contingente, provvisoria; l’aspirazione a un caso, una relazione, un giorno, un attimo, un episodio, un’onda perfetti. Sarei tornato a Guerrieri solo molti anni dopo, per parlare di un altro differente tema etico: un giudice che è corrotto.

La regola dell’equilibrio esce per Einaudi a fine 2014 (subito dopo la tua vittoria al Premio Scerbanenco con il primo romanzo con protagonista il maresciallo Fenoglio) ed è ambientato nella primavera 2010. Guerrieri è stato rassicurato rispetto a una sospetta leucemia, lo cerca il coetaneo leggendario Pierluigi Larocca, in odore di diventare il più giovane Presidente del Tribunale. C’è un procedimento penale a carico del magistrato, ancora non ufficiale: un pentito lo ha accusato di aver preso soldi per una scarcerazione, la direzione distrettuale antimafia sta indagando, un altro giudice ha appena rigettato la richiesta di arresti domiciliari. Guerrieri ha 48 anni e si fa aiutare dalla carina battagliera maschile trentaseienne Annapaola, che ha girato e fatto di tutto nella vita, ora l’investigatrice privata in moto. Presto, a loro modo, si fidanzeranno. La “regola” consiste nel non manipolare il racconto che facciamo di noi a noi e agli altri. Anche qui continua la misura del tempo...
Nel frattempo pure la mia vita stava cambiando di nuovo. Nel 2013 avevo deciso di non vivere superficialmente il passaggio magistratura-politica, di non ricandidarmi, di dimettermi dalla professione e di dedicarmi esclusivamente alle pur molteplici attività connesse alle scritture. Da allora mi considero un poco privilegiato. In Italia è difficile mantenersi solo con le vendite dei libri, a tutti gli aspiranti scrittori consiglio sempre di dotarsi di un altro lavoro. Per me è stata una conquista arrivata oltre i cinquanta anni. Non so se e quando scriverò ancora di Guerrieri, intanto a fine 2019 con Einaudi è arrivato questo La misura del tempo. Torno al mio primo e personale amore, il processo come congegno sia narrativo che metaforico: l’imperfezione e la perfettibilità di tutti gli strumenti che noi umani sapienti contemporanei possiamo trovare per garantire verità e giustizia, sia alla nostra vita sociale (il penale) che alla nostra vita personale (l’amore). Quello che accade nei processi (così come nelle storie) è una sorta di ricerca della verità. Dunque, la verità non è mai separabile dal modo in cui viene raccontata. L’ormai maturo nitido competente senso del diritto del protagonista non hanno nulla di assolutamente certo o giusto. Sono un modo di stare al mondo, non l’unica e diritta via. Le testimonianze inconsapevoli, gli occhi chiusi, i ragionevoli dubbi, le provvisorie perfezioni (e le inevitabili imperfezioni), equilibri e squilibri, le spiegazioni accettabili e le plurime versioni delle mutevoli verità sono parte della realtà, una realtà che ha sempre una variabile in più rispetto alla ricostruzione del proprio passato affettivo e al prudente esercizio della giurisprudenza, come pure rispetto alle diverse funzioni dell’accusa e della difesa, entrambe finalizzate a un giudizio equo e vero.

In questo romanzo (ambientato nel febbraio 2014) ritorna e diventa cruciale la riflessione sul tempo (accelera con l’età?, lo stupore diventa un antidoto?, l’invecchiamento è lineare?). Il minuzioso racconto processuale (splendidi interrogatori compresi, saggiamente limitati, oltre a una significativa avvocatesca lezione ai giovani magistrati in tirocinio) si alterna con la memoria dettagliata dei mesi della relazione di 27 anni prima fra l’appena laureato Guerrieri e la bella ragazza che cantava Neil Young a una festa, facendosi poi lei avanti (con un talento naturale per le fallacie). Aveva lo stesso cognome della nuova cliente, che chiama in studio e prende un urgente appuntamento. Si tratta proprio di Luciana e ora dimostra più dei 57 anni che ha, capelli corti grigi impregnati di nicotina (come gli abiti), alta magra sbiadita, irriconoscibile. Pur dubbioso nel metodo e nel merito, Guerrieri accetta di difendere il figlio in appello dall’accusa di omicidio e chiede subito il rinvio, una remissione in termini. Ognuno ha diritto alla difesa: deve provarci e ce la mettono tutta, qualunque sia la verità, qualunque sia la sentenza...
Sono consapevole di avere molti affezionati lettori, diversi nell’approccio alla narrazione. Cerco di garantire una qualità della scrittura a livelli diversi di motivazioni, modalità, aspettative, lasciti della lettura. Un buon libro non è solo quello che intrattiene, è pure quello che fa attrito, che lascia pensieri nel tempo, che stimola discussioni. Anche per questo non ho routine di scritture, ore fisse ogni giorno negli stessi momenti. Però quando scrivo sono assorbito dal testo in ogni attimo, dai vocaboli, dalle frasi, dal percorso narrativo. Non bisogna sapere già tutto di quello che si vuole scrivere, si scrive proprio per dipanare una matassa di questioni che sentiamo vive e si riscrive (o si cancella) proprio per evitare ogni noia pedagogica, arricchirsi ma lasciare aperta ogni questione, sottolineare l’esistenza di più punti di vista. Guerrieri è stato molto utile in tal senso, anche se per ora non è all’orizzonte la settima avventura.

I LIBRI DI GIANRICO CAROFIGLIO



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