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Intervista ad Adrián N. Bravi

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Adrián N. Bravi: simpatico, brillante, educatissimo, uno scrittore entusiasta delle sue opere. Per tutte queste ragioni l’intervista che ha concesso a Mangialibri sugli sgabelli della zona relax del Festivaletteratura di Mantova, nella magnifica Piazza Sordello, è stata davvero piacevole e decisamente interessante.



Prima di tutto una curiosità: tu sei argentino e dal tuo cognome deduco tu abbia origini italiane. Hai deciso di studiare in Italia per recuperare le tue radici?
Sono di origini italiane ma non è per questo che sono venuto in Italia, anche se, appena arrivato, sono andato a trovare i miei parenti a Recanati. Sono venuto in Italia alla fine degli anni Ottanta (avevo 24 anni) principalmente per andare via dall’Argentina e per cominciare a studiare qua. Ho studiato Filosofia all’Università di Macerata, poi non sapevo bene cosa avrei fatto. Alla fine sono rimasto.

Nel tuo romanzo Il levitatore il protagonista, che ha appunto la capacità di levitare, è una metafora che incarna la necessità, che oggi parrebbe molto utile visto il momento storico, di staccarsi dal contorno per trovare pace? Come ti è venuta l’idea?
L’idea de Il levitatore mi era venuta in mente soprattutto guardando la scena iniziale del film Birdman in cui il personaggio interpretato da Michael Keaton è davanti alla finestra, a mezzo metro da terra, e sta levitando quando a un certo punto sente una suoneria e allora scende e va a rispondere come se niente fosse. Questa idea della levitazione mi era piaciuta molto, è qualcosa che ti toglie il peso del mondo. Nel libro c’è una parte in cui assistiamo alla gravità (cioè i problemi) in cui vive il personaggio, e dall’altra appunto questa “sgravità” che lo porta ad alleggerirsi, a levitare.

Il tuo ultimo libro Verde Eldorado racconta la spedizione di Sebastiano Caboto che voleva scoprire una via ancora più breve di quella tracciata da Magellano per arrivare alle Molucche. Nel corso del viaggio però cambia idea e quindi itinerario; tu introduci il personaggio inventato di Ugolino, e ne fai un po’ il Pigafetta della situazione: parlaci di lui…
Ugolino è un ragazzino veneziano coinvolto in un incendio che lo sfigura nel viso e nel corpo e, a causa di questa deturpazione, rimane sempre chiuso nella sua stanza. Il padre, amico di Caboto, decide di imbarcarlo nella spedizione che Caboto aveva intenzione di fare verso le Molucche: era convinto di poter trovare un varco dove si congiungevano i due oceani e, al limite, se si fosse sbagliato, avrebbe passato lo Stretto di Magellano per arrivare in Indonesia. Quando la spedizione si ferma sulle coste del Brasile, Caboto incontra dei naufraghi della precedente spedizione di Solìs i quali gli raccontano la storia di una città lastricata d’oro, argento e pietre preziose; lui, affascinato da questo, decide di rompere il contratto con la Corona di Spagna, quindi di non andare più alle Molucche, ma di addentrarsi in quello che oggi è il Rio de la Plata, risalendo il Paranà e arriva al Paraguay alla ricerca di questo luogo meraviglioso. Poi la spedizione è stata abbastanza fallimentare. Il libro è un po’ questo, la storia di questo ragazzino che resta chiuso nella sua stanza per la vergogna del suo aspetto e che, presso gli Indios, cambia completamente.

Da quello che ci hai appena detto allora Verde Eldorado è anche un romanzo di formazione, ma è soprattutto un romanzo storico in cui hai introdotto questo personaggio del ragazzino. Fino a che punto, secondo te, è possibile e concesso manipolare la Storia? Penso per esempio agli errori storici di Ridley Scott nel suo kolossal Le crociate
Della storia della spedizione di Caboto si sa poco perché non c’era un Pigafetta, come dicevamo prima, che la raccontava quotidianamente, per questo la vicenda non è conosciuta dall’interno. Io ho cercato di ricostruire fedelmente, per quello che ho potuto, il percorso cercando di combinare il più possibile quello che le poche fonti raccontano (per esempio che aveva subito diverse imboscate, come i suoi predecessori) con l’azione narrativa e questa è diciamo una prima parte del libro. In quella successiva Ugolino, a un certo punto, viene rapito dagli indios, insieme ad altri marinai. Questi ultimi vengono squartati e mangiati ma lui viene risparmiato perché, quando gli tolgono il cappuccio che lui indossa sempre per nascondere la sua deturpazione, proprio per queste sue ferite lo considerano una specie di inviato dagli dei del fuoco e viene quasi venerato. Tutto quello che succede dalla cattura di Ugolino fa parte dell’invenzione ma è molto plausibile, si entra nel campo della verosimiglianza. Cosa succede? Nella spedizione precedente, quella di Salìs del 1516, l’esploratore è andato a incontrare gli indios sulle rive del fiume e loro lo hanno ucciso, squartato e mangiato davanti ai marinai, e questo è storicamente documentato. Io ho ripreso un po’ questa storia e l’ho romanzata.

Che influenza ha avuto nell’idea del tuo romanzo, se l’ha avuta, L’antenato di Juan Josè Saer?
Io considero Saer uno dei maggiori narratori del Novecento sudamericano e trovo il suo libro meraviglioso. Nel mio Verde Eldorado proseguo, possiamo dire, il racconto, facendo salire sulla nave di Caboto il suo personaggio Francisco del Puerto. Una volta salito a bordo racconta la sua storia, Ugolino lo ascolta e prende nota. Francisco del Puerto mi è servito solo per farlo salire sulla nave, e iniziare la storia di Ugolino, che sarà molto simile.

I LIBRI DI ADRIÁN N. BRAVI