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Intervista ad A.K. Blakemore

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Un romanzo che riporta alla luce con una crudezza a tratti sconcertante i processi alle streghe avvenuti in Essex, regione dell’Inghilterra del sud-est, nel XVII secolo. È l’esordio come romanziera dell’autrice inglese A.K. Blakemore, che prima di questa fortunata pubblicazione si era dedicata esclusivamente alla poesia. Ho avuto la possibilità di incontrarla a Più Libri Più Liberi 2023 e ne ho approfittato per porle alcune domande. Alle quali ha risposto con la schiettezza e l’arguzia che caratterizzano anche la sua opera.



La tua carriera come scrittrice è iniziata con la poesia, che tempo fa tu stessa hai descritto come il tuo “medium naturale”. Quando e per quale motivo hai deciso di passare alla prosa?
In realtà è stata una scelta abbastanza naturale e non pianificata. Ho iniziato a scrivere questo romanzo in un momento in cui la poesia mi si negava. Avevo passato circa otto o nove mesi ad aspettare l’ispirazione per scrivere qualche verso, ma non accadeva nulla. Per questo, pur di tornare a scrivere qualcosa, ho deciso di dedicarmi a questa storia. Le streghe di Manningtree e le donne che appaiono nel romanzo erano presenti nella mia mente già da parecchio tempo e ho pensato “Perché non provare a trasformarle in una storia concreta?”. In realtà, quando ho iniziato a scrivere non credevo che avrei terminato il romanzo, figurarsi vederlo pubblicato! Ma, dopo aver iniziato, ho sentito che non sarei più riuscita a fermarmi. E, in quel momento, mi sembrava davvero divertente scrivere qualcosa di romanzato, mi intratteneva molto più che comporre poesie. Probabilmente avevo passato così tanti anni a occuparmi solo della poesia che ero arrivata a percepirla quasi come un “lavoro”. Scrivere questo romanzo, quindi, mi ha fatto tornare a provare il divertimento che mi aveva sempre accompagnata durante la creazione di una composizione poetica.

Le cacce alle streghe che, durante il Sedicesimo e il Diciassettesimo secolo, ebbero luogo in Europa e in America sono piuttosto note. In Inghilterra, in special modo nella regione dell’Essex, la caccia alle streghe ha portato alla morte di centinaia di donne e uomini. Per quale motivo hai deciso di esplorare proprio questo argomento e che tipo di ricerche hai fatto per la stesura del tuo romanzo Le streghe di Manningtree?
Dunque, conosco la cittadina di Manningtree piuttosto bene perché è lì che vive mio padre. In realtà ho iniziato non pensando alla Storia in sé e per sé, ma piuttosto a come la percepiamo noi al giorno d’oggi. Le diverse cacce alle streghe che sono avvenute in Europa e in America nel corso dei secoli hanno tutte delle sfumature molto diverse: quelle in Germania erano differenti da quelle inglesi, che a loro volta si discostavano da quelle in atto in Italia. Ho cercato di focalizzare la mia attenzione su quelle che avevano avuto luogo nel sud dell’Inghilterra e su tutto ciò che le riguardava. Il sentimento anticattolico, per esempio, era molto forte in quella zona all’epoca e molte delle donne processate per stregoneria venivano proprio accusate di dare vita a dei rituali che ricordavano un po’ una parodia dei riti cattolici, come per esempio bere il sangue, cosa che durante la messa cattolica avviene al momento dell’eucarestia. Questi sono aspetti tipici delle cacce dell’Inghilterra del sud. Per quanto riguarda le ricerche, ho chiaramente dovuto documentarmi tramite molte fonti come, per esempio, gli scritti degli storici inglesi Ronald Hutton e Malcolm Gaskill, o dell’italiana Silvia Federici. Una delle cose più interessanti sullo scrivere della caccia alle streghe in Inghilterra è stata trovare tantissime lacune nei documenti ufficiali arrivati fino a noi. Molti, infatti, sono andati perduti o forse sono stati distrutti nel corso dei secoli, col risultato che ci sono numerosi buchi in queste storie. E questo, in fondo, è terreno fertile per un autore: ho interpretato queste lacune da colmare come delle opportunità narrative piuttosto che vederle solo come una grave perdita.

Ne Le streghe di Manningtree la cultura rappresenta un focus centrale: Rebecca West sa leggere e scrivere e ne va molto fiera. Cosa volevi dimostrare puntando l’attenzione proprio sull’importanza dell’istruzione?
Credo che una delle cose più importanti che tutti ricordiamo del periodo storico in cui è ambientato il libro sia l’invenzione della stampa a caratteri mobili. È stata fondamentale perché, come sappiamo, ha reso possibile la diffusione dei libri in Europa, rendendoli accessibili a molte persone che prima non avevano la possibilità o i mezzi per accedere ai manoscritti. Il personaggio di Matthew Hopkins, personaggio realmente esistito e uno dei protagonisti del mio romanzo, possedeva molti scritti provenienti dalla Germania o dall’Italia. Nella sua biblioteca, infatti, c’erano parecchi volumi che raccontavano la storia della stregoneria e dei processi alle streghe svoltisi in Europa nei precedenti cinquant’anni. Era una persona piuttosto informata e molto potente all’interno della comunità in cui operava, proprio perché era un uomo che aveva studiato. O, per lo meno, così affermava, dal momento che non si conosce realmente il luogo dove aveva effettuato i suoi studi. A qualcuno raccontava di essere stato a Cambridge, ma nella realtà dei fatti non c’è nessun documento che attesti la sua frequenza in quella università. Non sappiamo se questi documenti siano semplicemente andati persi o se Hopkins abbia mentito su questo aspetto e probabilmente non lo sapremo mai. In ogni caso appare evidente che avesse ricevuto qualche rudimento di giurisprudenza e ciò bastava a renderlo superiore agli occhi di coloro che lo circondavano. Credo che il mio desiderio fosse proprio quello di comunicare, attraverso il romanzo, come l’opportunità di ricevere un’istruzione, seppur elementare, sia un privilegio a cui tutti dovrebbero avere accesso. Ma anche come la stessa istruzione può trasformarsi in una potente arma che, se messa nelle mani di un uomo come Hopkins, con tutto l’alone di attrattiva che ne consegue, potrebbe rivelarsi estremamente pericolosa.

Parlando di altri temi principali del romanzo, sarebbe impossibile non notare quanto la religione e la sessualità siano preminenti e, spesso, legate tra loro…
Sì, è un libro che parla di puritanesimo. Un altro aspetto su cui riflettere, se consideriamo quel particolare periodo storico in Inghilterra, è lo scisma con cui re Enrico VIII si era separato dalla Chiesa di Roma e dal Papa. Era accaduto relativamente da poco tempo, perciò era un fatto ancora molto presente nella memoria collettiva. Quello che volevo rappresentare, quindi, era l’insicurezza delle persone su quale fosse la reale religione da seguire. Da Enrico VIII, infatti, si era passati a sua figlia Maria (passata poi alla storia come “la Sanguinaria”), che seguiva rigidamente la dottrina di Roma, per poi tornare di nuovo al protestantesimo sotto la sua sorellastra Elisabetta I. Nel periodo storico in cui il mio libro è ambientato le persone si trovavano a essere piuttosto confuse in tema di religione: chiunque poteva proporre idee di qualsiasi genere. Il puritanesimo, che è un tipo di cristianesimo molto rigido, quasi radicale, si scagliava contro qualsiasi accenno a rituali della Chiesa romana e temeva ogni forma di idolatria. Lo stesso crocifisso era considerato un pericoloso simbolo idolatrico e, proprio per questo, era stato messo al bando. Nello scrivere questo romanzo volevo dimostrare non solo quanto potesse essere complicato vivere da donna puritana, ma anche le difficoltà che si trovava ad affrontare un giovane uomo puritano. Le restrizioni riguardo alla sessualità, o a qualsiasi cosa si potesse dire, fare o anche solo pensare, infatti, si estendevano anche agli uomini, non solo alle donne. Al giorno d’oggi sappiamo perfettamente che la sessualità e il desiderio sessuale sono elementi molti potenti e che più li si reprime, più vengono sublimati in altre direzioni. Il mio intento, quindi, era considerare cosa significasse vivere in quel tipo di realtà per una donna che si trovava ad avere la propria sessualità e la propria libertà represse in quel modo. Allo stesso tempo, volevo riflettere anche su come un giovane uomo potesse affrontare una situazione così cupa, focalizzando l’attenzione su quanto potesse effettivamente essere consapevole di ciò che lo circondava. Con il personaggio di Matthew Hopkins ho finito per dimostrare come gli uomini del suo calibro considerassero le donne non più esseri viventi, ma alla stregua di mostri il cui unico scopo fosse minacciare l’ordine prestabilito del mondo.

Rebecca West, nel capitolo 26, afferma: “Preferisco essere una donna. Noi donne accettiamo la nostra degradazione dinanzi a Dio, poiché accettiamo la nostra degradazione dinanzi agli uomini. E ci prendiamo gioco di loro”. È una frase che ha un grande impatto, specialmente in un contesto in cui le donne, come abbiamo appena ricordato, venivano considerate esseri inferiori rispetto agli uomini e letteralmente incapaci di comprendere la maggior parte dei concetti. Puoi spiegarmi il suo significato in questa precisa parte del romanzo?
Certo. È una frase che richiama un importante libro di cui era in possesso lo stesso Matthew Hopkins, il Malleus Maleficarum, scritto da due frati domenicani. C’è un punto in questo libro che recita: “Se una donna pensa con la sua testa, pensa il male”. La frase che pronuncia Rebecca è stata per me un modo per dimostrare come le donne, nel corso della storia, abbiano compreso che per poter sopravvivere a determinate situazioni dovevano unirsi e proteggersi a vicenda. Si veniva a creare una sorta di patto non scritto di solidarietà, una comunità spesso nascosta al mondo in cui erano costrette a vivere. Ed è una cosa molto umana, se vogliamo: quando non ci si può ribellare apertamente a una situazione, il modo migliore per sopravvivere è prendersi gioco della stessa e delle persone che ci soverchiano. Un po’ come fomentare delle piccole ribellioni che, anche se non portano alla vera liberazione, se non altro aiutano a vivere meglio la quotidianità.

Tutti i personaggi del tuo romanzo non sono completamente buoni o cattivi. Potremmo quasi affermare che in ognuno di loro c’è un oggettivo equilibrio tra luci e ombre, tra l’essere eroe e antieroe. Credi che questo li renda più autentici?
Sì, ne sono convinta al cento per cento! Non so tu, ma io credo di non aver mai conosciuto una persona che sia stata esclusivamente buona o cattiva per tutta la vita. Non credo che esistano persone di questo genere. Siamo tutti piuttosto malleabili. Credo, quindi, che l’importante per questo libro fosse dimostrare che le persone malvage non nascono già mostri, ma lo diventano a causa delle circostanze in cui si trovano a vivere. A volte anche noi pensiamo di comportarci nel modo corretto e di fare del bene, ma finiamo con il ferire chi ci circonda. Quello che appare come buono o giusto può essere distorto e finire per trasformarsi nel suo esatto opposto. Potremmo dire che, in qualche modo, le persone più pericolose siano proprio quelle convinte di agire sempre nel giusto e di fare esclusivamente del bene. E l’esempio lampante di questo genere di persone è nella figura di Matthew Hopkins. Anche i personaggi femminili, quelle donne che nel libro vengono accusate di stregoneria, non sono tutti delle brave persone nel profondo del cuore. Alcuni di loro agiscono in modi che a posteriori potrebbero sembrare malvagi, ma in fondo stanno solo tentando di salvare le proprie vite. Non sono convinta che per salvarsi dalla persecuzione o dalla violenza basti semplicemente comportarsi bene, così come non credo nemmeno che le persone cattive meritino solo di soffrire, in fondo.

Purtroppo, come il presente ci insegna, le cacce alle streghe non sono eventi legati esclusivamente al passato. Anche oggi, infatti, le donne, e non solo, sperimentano forme diverse di oppressione. Per quale motivo credi che ciò accada e come pensi si possa cambiare questa condizione?
Questa è davvero una domanda tosta! Credo che ciò che le cacce alle streghe del passato abbiano in comune con quello che accade al giorno d’oggi sia da ricondurre a un punto fondamentale: il momento in cui le persone che si trovano al potere accusano una minoranza di essere la causa dei problemi della società. E questo, purtroppo, succede quando chi ha il potere non vuole prendersi la responsabilità di agire per fronteggiare quel determinato problema. È un modo per trovare un facile capro espiatorio e lavarsene le mani, invece di spendersi attivamente per cambiare la situazione. Purtroppo è una dinamica che avviene in tutto il mondo, a prescindere dalla latitudine, dal tipo di governo o dalla ricchezza del Paese in questione. È un problema che coinvolge le donne, ma non solo: immigrati, disabili, omosessuali, chi professa una religione diversa da quella della maggioranza e così via. Mi piacerebbe avere la risposta per poter cambiare questa condizione, ma credo che la cosa fondamentale sia proprio porsi e porre le domande giuste, ragionare a fondo su ciò che vediamo e viviamo, specialmente quando i governi o i media focalizzano l’attenzione negativa su determinati soggetti e, soprattutto, cercare di empatizzare con le persone che ci circondano.

So che il tuo nuovo romanzo è da poco stato pubblicato nel Regno Unito. Puoi darmi qualche dettaglio su questa tua nuova opera e, soprattutto, sai quando verrà pubblicata in Italia?
Certamente! So che verrà pubblicato sempre da Fazi Editore, anche se non conosco ancora la data precisa. Immagino che uscirà tra meno di un anno, dal momento che a breve si inizierà a lavorare sulla traduzione. Diciamo che si tratta di un romanzo abbastanza diverso da Le streghe di Manningtree. È ambientato durante la Rivoluzione francese e si basa, anche in questo caso, su una figura storica realmente esistita. Il protagonista è un uomo di nome Tarare, che era un soldato, ma anche uno showman, diventato poi una spia per l’esercito rivoluzionario francese. Tarare è passato alla storia per il suo smisurato e piuttosto inusuale appetito: si dice che fosse in grado di ingurgitare pasti per ottanta persone in una sola volta, ma anche posate, giornali, animali ancora vivi. Quando era già piuttosto avanti con gli anni sembra fosse addirittura stato accusato di aver mangiato un neonato. È un personaggio davvero particolare e sono certa che il romanzo catturerà l’attenzione del lettore.

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