Intervista ad Alejandra Costamagna

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Argentina e piemontese di origine, cilena di nascita, Alejandra Costamagna, classe 1970, è una delle più importanti scrittrici dell’attuale panorama letterario latinoamericano. Ha affrontato spesso, sia come autrice, che come giornalista, tematiche scottanti, come quelle legate all’immigrazione e al senso di sdradicamento dalla propria terra. Il suo ultimo libro riporta in maniera diretta, cruda e reale, lo sforzo del migrante nell’accettazione del distacco e nell’impegno di apparire alla collettività, come meno straniero possibile. Alejandra ha risposto ad alcune nostre domande, permettendoci di entrare in punta di piedi nei suoi pensieri e nelle sue emozioni.




Perché, secondo te, esiste questa necessità di annullare la personalità e la cultura di chi migra? Forse per farlo sembrare meno “straniero”?
Penso che nelle società più conservatrici ci sia una sorta di disagio nel dare spazio alle distinte identità che compongono un territorio. Si cercano omogeneità, soggetti standardizzati e docili. E si annulla così la diversità di culture, di punti di vista e di cosmovisioni che rendono il territorio più ricco. Tutto ciò che esce dalla norma e non ubbidisce al “dover essere” è considerato come “l’altro”, lo strano, l’anomalo. E diventa pericoloso perché sembra ingovernabile.

Ci parli di Ania? Quanto di te c’è in lei?
C’è molto e nulla. Forse il personaggio di Ania rappresenta un esercizio per spingere all’estremo i limiti della memoria. Quei viaggi sulla Due Cavalli dal Cile all’Argentina negli anni ‘70 non solo sono reali ma sono stati una costante della mia infanzia. I miei genitori sono argentini e tutte le estati attraversavamo la cordigliera per far visita ai nonni. E io salvavo le farfalle, che vedevo come uccelli senza canto. E mio zio Augustín mi prestava i romanzi del terrore che leggevo con curiosità di bambina. E nella gamba di Nelida c’erano le schegge prodotte dall’esplosione di una bomba della guerra. E potrei andare avanti così, con le cose reali, ma la verità è che tutto è finzione. Perché a osservarlo con gli occhi del presente e a scriverlo, a dargli una trama, a frammentarne il tempo, a verbalizzarlo, quel passato riportato alla memoria, diventa letteratura. Il sistema del tatto è un album famigliare lavorato fino essere finzione.

Nel tuo Il sistema del tatto tocchi il delicato tema della nostalgia. Quanto incide sull’animo umano, secondo te, l’impossibilità di tornare veramente a casa e perché quella casa si trova solo nel passato?
L’aspetto più difficile è che il migrante cessa di avere un senso di appartenenza sia nel suo luogo d’origine sia in quello dove arriva. Esiste una doppia identità fratturata. Il desiderio di interpretare e ricostruire il suo proprio mondo diventa una costante. Tuttavia, credo che questo potrebbe offrire all’animo di chi migra una spinta positiva, nel caso in cui il luogo d’arrivo sia in grado di offrire le condizioni per far coesistere le diverse identità. Una comunità migrante dona alla società una visione del mondo più ricca ed eterogenea.

Hai pubblicato il tuo primo romanzo nel 1996. Come e quanto sei cresciuta come scrittrice in questi anni?
Non lo so. In un certo senso non ho mai smesso di scrivere lo stesso libro, un libro che tratta della relazione tra memoria, immaginazione e storia. O, detto in altro modo, il vincolo tra l’intimità e la storia. Sono cambiate le mie letture, è cambiato il mio modo di avvicinarmi a quello che osservo e sperimento, è cambiato sicuramente il mio modo di respirare. Sono propensa a dare sempre più valore ai silenzi.

Cosa ti dona il silenzio?
Mi attrae l’idea di immaginare i testi con un rumore interno che è necessario pulire per lasciarli affiorare. Pensarli come bozze, stesure, come archivi che si possono modificare all’infinito a seconda dell’equilibrio tra il suono e il silenzio che emanano. Scrivere è anche mettere in allerta l’udito. Clarice Lispector lo diceva in un modo così bello: “Già che bisogna scrivere, almeno non schiacciamo le interlinee con parole”

Quali sono i tuoi autori preferiti?
Ho una riserva enorme, che contiene dalle decime di Violeta Parra fino ai racconti svitati di Lorrie Moore. C’è però un triangolo al quale torno sempre: Natalia Ginzburg, Felisberto Hernández e Hebe Uhart. Credo che esista un dialogo silenzioso tra loro.

I LIBRI DI ALEJANDRA COSTAMAGNA



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