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Intervista ad Alessandra Carati

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Alessandra Carati, autrice per teatro e cinema e scrittrice di saggi, con il suo esordio nella narrativa si è guadagnata il premio Opera Prima di Viareggio-Rèpaci ed è stata selezionata nella “dozzina” della LXXVI edizione del Premio Strega. Ci sentiamo per telefono e subito mi colpisce la posatezza, l’accurata scelta delle parole e la professionalità con cui si pone, che fanno trasparire la sua dedizione per il suo lavoro e per la storia che ha raccontato in questo suo primo romanzo.



Nel tuo E poi saremo salvi hai scelto di raccontare la storia di una famiglia profuga a partire dalla storia della guerra in Bosnia. C’è un motivo che ti ha guidata nella scelta di questo contesto, una fonte di ispirazione?
Nel 2008 ho avuto l’occasione di entrare in contatto con una comunità di Bosniaci. Vivono a Milano, dopo essere scappati dal proprio Paese d’origine per mettersi in salvo da una feroce operazione di pulizia etnica. La forza delle loro esperienze mi ha colpito da subito e da subito avrei voluto farne un romanzo. In quel momento non avevo gli strumenti necessari per poter incanalare in una forma compiuta tutto quello che sentivo. Gli anni a seguire sono stati ricerca sul campo, documentazione, messa a fuoco di una lingua: raccontavo l’esperienza di una famiglia di profughi che tenta di ricostruirsi una casa, mentre assiste alla distruzione della propria. C’era da comprendere lo scenario europeo e c’era da sprofondare nella vita concreta di persone destinate a un trasloco coatto. Mi serviva un mondo organico, di azioni, corpi, temperature; mentre studiavo questo pezzo oscuro di storia recente, andavo a cercarlo lungo la Drina, a pranzo con sopravvissuti, attraverso le finestre delle loro case, sulle lapidi dei loro cari. Poi, nel 2016 c’è stata la prima stesura, da lì una serie di riscritture che hanno portato il libro alla forma in cui oggi il lettore lo incontra.

Sapevi già in che direzione sarebbe andata la storia o si è costruita man mano che scrivevi?
Nel momento in cui ho iniziato a scrivere non avevo un’architettura, un progetto con snodi narrativi definiti. C’erano situazioni che si davano con grande chiarezza, ma non sapevo come le avrei tenute insieme, attraverso quali passaggi. Tutto si è fatto durante la scrittura. Il libro contiene fatti realmente accaduti, momenti di pura invenzione, ricordi, persino sogni; tutto è stato amalgamato durante la scrittura e la composizione.

L’esilio a cui è costretta la famiglia di Aida la spinge a confrontarsi con molti problemi. Uno di questi è la ricerca di una nuova casa in una nazione straniera, nella quale i protagonisti, chi più chi meno, sono costretti a fare i conti con la loro identità. Identità e terra, dunque, come sono legati nel tuo romanzo questi concetti?
Dentro il romanzo tutti sono guidati dalla ricerca della heimat perduta; per loro heimat è casa, è patria, è il luogo dove si ha il diritto di esistere e dove si è riconosciuti come cittadini, come esseri culturali. I genitori di Aida, una volta approdati in Italia, scivolano dalla condizione di profugo a quella di esule. Il passaggio non è indolore, riguarda il tempo e la percezione del futuro: il profugo vive nella possibilità, anche se incerta, di poter tornare; all’esule questa possibilità non è data. L’esule ha la consapevolezza definitiva di non poter tornare. I genitori vivono una tensione desiderante fortissima verso la terra d’origine, questo ai figli non accade: Aida immagina il suo futuro a Milano. La diversa relazione con la Bosnia scava un fossato tra lei e genitori, spariglia tutte le carte, mina dall’interno ogni equilibrio. Lentamente una sottile nostalgia pervade ogni personaggio e si salda con il dolore privato e specifico di ciascuno, trasformandosi nelle cose più disparate - depressione, alcol, malattia psichica.

La nostalgia è forse lo stato d'animo che emerge maggiormente tra le pagine del tuo romanzo e che investe le vite dei protagonisti. Si può convivere con questo senso di nostalgia perenne e logorante?
Il romanzo racconta la fatica del venire a patti con un dato di realtà: la propria casa è stata distrutta e si è trasferita dalla realtà nel ricordo, in modo irreversibile. La nostalgia non riguarda solo il paese, riguarda una lingua, persone care scomparse, uccise; perdute. I personaggi cercano di resistere alla nostalgia, di arginarla, addolcirla, vivono nell’attesa che si affievolisca, come se un giorno ci si potesse sopra uno strato di polvere. Quando penso a E poi saremo salvi, la prima parola che mi viene in mente è ‘resistenza’.

Nel libro a un certo punto emerge esplicitamente la disarmante simmetria tra la guerra e la malattia. E infatti Andrea Vitali nel presentare il tuo libro al Premio Strega parla di due schizofrenie, quella dei Balcani e quella di Ibro. Aida a un certo punto si trova ad ammettere la sua impotenza davanti ad entrambe, ma la reazione dei personaggi in realtà è diversa. Da una scappano, dall’altra c’è un tentativo di combatterla…
Si può scappare dalla guerra: il padre di Aida lo fa separandosi dai suoi genitori, la madre di Aida lo fa separandosi da tutti i suoi parenti. Anche se porterà a una lacerazione forse inguaribile, la fuga dalla guerra è possibile. Quando in casa c’è qualcuno che soffre di una malattia psichica, scegliere di non farsene carico è una strada che nessuno dei personaggi sente di poter percorrere. Fatima, la mamma, non si sottrae e nemmeno Aida, che si riavvicina immediatamente alla famiglia dopo anni di ostilità.

Scrivere per il cinema e il teatro ti ha aiutata a scrivere questo romanzo?
La parola nel cinema e nel teatro nasce per essere incarnata; l’opera non è la drammaturgia o la sceneggiatura, è la messa in scena. Quella pratica mi ha formato a una scrittura che sgorga dal corpo e arriva al corpo. Anche tutti gli anni di formazione attorale hanno lasciato una forte impronta, di cui non saprei definire i confini esatti. Uno degli insegnamenti più preziosi dello stare in scena è l’allenamento all’ascolto. Il teatro è stato un maestro formidabile.

La candidatura al premio Strega arriva dopo la vittoria del prestigioso premio Opera Prima al Viareggio-Repaci. Come ci si sente ad aver conquistato, in così poco tempo il consenso di pubblico e critica?
Frastornata, felice. Chi scrive lavora in solitudine, ed è sempre difficilissimo immaginare come sarà accolto il suo lavoro dalla comunità dei lettori. I libri hanno percorsi misteriosi, la storia è disseminata di casi editoriali postumi: Goliarda Sapienza e John Williams, per citarne due. Perciò quando si riceve un riconoscimento la sorpresa è grande, quanto la gioia e la gratitudine.

Ci sono degli autori di riferimento che ti guidano nella scrittura?
Ci sono degli scrittori che sento risuonare in modo particolare: Cormac McCarthy, Anna Maria Ortese, Elisabeth Strout, Truman Capote, Lalla Romano. Le loro opere per me sono dei diamanti da osservare con stupore e studiare.

Ogni libro può essere una miniera di messaggi, insegnamenti, riflessioni. C’è un messaggio in particolare, tra quelli più o meno espliciti, a cui tieni maggiormente e che vorresti lasciare con il tuo romanzo?
Un aspetto prezioso della narrativa è il suo non essere prescrittiva, non illustrare un sistema di valori, non veicolare un messaggio o un pensiero. Per quanto riguarda E poi saremo salvi, mi piacerebbe che il lettore potesse avvicinarsi all’esperienza dei personaggi, sprofondarci, e forse, se siamo entrambi fortunati, arrivare a comprenderla con tutto il corpo.

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