Scrittore, cantautore, traduttore: Alessio Arena si ostina a considerare questi tre mestieri un gesto solo, con tre uscite. È napoletano, emigrato in Spagna da bambino alla fine degli anni Ottanta, e oggi vive sulla costa catalana, dove insegna in un quartiere di margine; scrive in un italiano che non parla nessuno, impastato di napoletano, di spagnolo, di cadenze antiche - una lingua senza una vera patria, che non appartiene né alla sua terra d’origine, né a quella in cui è approdato, ma è quella di cui la sua famiglia si sente orfana. I suoi personaggi stanno ai bordi - emigranti, femminielli, orfani, chi nasce nel posto sbagliato - e tornano di libro in libro come cosa vissuta; lo chiamano “realismo magico nostrano”, etichetta che gli sta stretta, quando gli basterebbe dirsi scrittore napoletano, con appresso le ombre della tradizione orale in cui è cresciuto. Abbiamo cominciato a scriverci su Instagram, poi l’intervista è proseguita per email: ha risposto misurando ogni parola, con quella stessa idea che ha dato di sé - che tutta la sua vita, finora, è stata una lunghissima traduzione.
Scrivi romanzi, componi canzoni, traduci i libri degli altri. Non è un curriculum, è un unico gesto con tre uscite. Se dovessi dire qual è il verbo che le tiene insieme tutte e tre – non “creare”, qualcosa di più preciso e tuo – quale sarebbe?
Mi verrebbe da usare il verbo più ingenuo possibile, ma è quello che la mia famiglia ripete tante volte quando si domanda cosa io stia facendo. Mia nonna mi comprò il mio primo computer – si chiamava “Amiga 2000” – pagandolo a rate. Ogni tanto veniva a vedere se effettivamente lo usassi per un motivo utile, che giustificasse il suo faticoso investimento: «Stai studiando?». Non so quante volte me l’ha chiesto. E, in effetti, continuo a studiare – quando scrivo, compongo e traduco.
Ti sei costruito un italiano che non parla nessuno: impastato di napoletano, di spagnolo, di cadenze antiche. Non è la lingua di dove sei nato né di dove vivi. È una patria portatile o un esilio permanente – scrivi in una lingua o scrivi contro tutte quelle che avresti potuto avere?
In realtà è proprio lo specchio di un lessico familiare preciso. Siamo arrivati in Spagna alla fine degli anni Ottanta. I miei fratelli hanno fatto le scuole dell’obbligo con salti periodici tra i due Paesi. Una semplice conversazione su whatsapp con uno di loro potrebbe presentarsi come un esercizio di plurilinguismo un po’ pazzo, in cui, ovviamente, prevale sempre la nostra lingua di cui siamo orfani: il napoletano. Forse per vendicarci del fatto di non averlo potuto imparare a scuola, recuperiamo questa lingua come un filo rosso che leghi tutte le altre.
Da cantautore l’orecchio viene prima. Quando nasce una frase, senti il significato o il ritmo? E ti è mai capitato di tenere una frase che suonava benissimo e diceva la cosa sbagliata – o di ucciderne una giusta perché stonava?
Quando inizio a “studiare” una storia nuova, ne leggo spesso ogni frase ad alta voce. Ma poi mi stanco, mi dimentico di andare avanti in questo stesso modo. Forse mi serve solo in partenza, per entrare dentro al ritmo, o almeno per dare un carattere preciso all’introduzione, alle prime pagine. Con la poesia, invece, che studio relativamente da poco, ho sempre vicino a me la chitarra.
Torni spesso a epoche che non hai vissuto, fidandoti di ciò che ti è stato raccontato più che di ciò che hai visto. Ma il passato è anche un posto dove è più facile far accadere l’impossibile: nessuno può smentirti. Quanto ci ambienti le storie per amore della memoria, e quanto perché lì la magia regge meglio?
Mi fido di ciò che mi hanno raccontato, che mi interessa di più di quello che è realmente accaduto, e mi fido di quello che ho letto. Il fascino per il passato credo venga dalla mia scarsa capacità di ricordare. Già da bambino mi meravigliavo di sentire storie che mi includevano e di cui, in effetti, non ricordavo quasi niente. Non voglio immaginare cosa succederà se sarò vivo da vecchio: la mia stessa storia mi sembrerà un contenitore infinito di rivelazioni. La magia, ad ogni modo, è nel racconto stesso. Non importa l’epoca in cui una storia è ambientata. Scegliere un frammento di mondo, separarlo dal rumore di tutto il resto e offrirlo agli altri attraverso il proprio sguardo. La magia sta in questo e nel fatto che ognuno possa pronunciare l’incantesimo con parole diverse.
“Realismo magico nostrano”, hanno detto di te. È un’etichetta comoda o una gabbia? Oggi che il fantastico latino-americano è diventato quasi un genere da scaffale, cosa distingue una magia che serve alla storia da una che è solo arredamento?
È un’etichetta semplicistica e improvvisata. Sono un ispanista e per qualsiasi critico che legge superficialmente un mio libro è facile tracciare una genealogia che mi ricolleghi ai miti editoriali del mondo letterario che studio, traduco e insegno. Basterebbe dire che sono uno scrittore napoletano. E che mi trascino le ombre magiche della tradizione orale in cui sono cresciuto in qualsiasi biblioteca che mi è dato scoprire.
I tuoi protagonisti stanno ai bordi – emigranti, femminielli, orfani, chi nasce nel posto sbagliato. Non è un tema che ti sei scelto una volta, è una calamita che torna. Da dove nasce? E il rischio, oggi che le voci dei margini sono diventate anche una richiesta di mercato, è di trasformare una necessità in una posa: come lo tieni a bada?
Sarà una posa per gli scrittori che non hanno mai avuto il terrore delle bollette nascoste sotto ai mobili, la paura della povertà, quella del proprio corpo, la paura dell’ignoranza e quella di non poter avere nemmeno il coraggio di immaginare un futuro. Non faccio parte di questi scrittori. Sono un insegnante che lavora in un quartiere marginale di una cittadina della costa catalana. Se sono uscito dal ghetto, è stato soltanto per entrare in un altro. La mia scrittura è anche propaganda: devo raccontare da dove veniamo, qual è la nostra storia, perché siamo potenti quando siamo uniti.
Ne Il sesso degli alberi fai leggere a un ragazzo la lingua e il sesso degli alberi. In quasi tutti i tuoi romanzi c’è un personaggio che sa decifrare qualcosa che gli altri non vedono – insetti, voci, segni. È la definizione segreta che dai allo scrittore: qualcuno che traduce ciò che gli altri hanno smesso di ascoltare?
Non direi che è sempre uno scrittore. Tutto inizia dal mio primo romanzo. Antonio Bacioterracino, il narratore, è un adolescente che suona il violino. Tutta la sua famiglia è formata da morti viventi; di notte devono rinchiudersi nei frigoriferi del ristorante napoletano che hanno aperto a Madrid. Per non puzzare. Lui, però, ha ancora gli occhi, i suoi occhi non sono marciti e riesce a vedere. Non perché sia un artista. Forse solo perché ha il coraggio di immaginare un’alternativa, di desiderare un’altra vita. Nei margini il desiderio diventa un atto politico, il primo passo verso la trasformazione.
C’è stato un blocco dopo il primo romanzo, e qualcuno che ti ha rimesso a scrivere. Molti esordienti conoscono quel silenzio e non lo attraversano. Cosa cambia davvero tra chi scrive un libro e chi diventa uno scrittore – è una questione di talento, di ostinazione, o di qualcuno che arriva al momento giusto?
Domanda molto difficile. Nel mio caso ho tentato Nostro Signore in tutti i modi perché le cose non funzionassero. Ho pubblicato il mio primo libro quando me n’ero già andato dall’Italia. Mi aveva chiamato Antonio Capuano per dirmi che ne voleva fare un film, ma non teneva i soldi. Io pensai: embè, chisto che vo ‘a me. Da allora, spinto dall’insuccesso clamoroso che ogni tanto è stato mitigato da un discreto riconoscimento, mi sono lanciato in una bolgia di lavori più o meno denigranti per mantenermi senza mai smettere di leggere. Che è poi la cosa che mi fa felice. E ho scritto quasi sempre. Ma la mia ostinazione è stata silenziosa. Non ho nessun grande rapporto con altri scrittori. Non ho frequentato corsi, scuole. Vivo in un’altra lingua. In altre due lingue, che non sono quelle dei miei libri. Se ci pensi, è una cosa strana assai.
Hai detto di voler riportare gli scrittori nelle biblioteche, a parlare dei libri degli altri, delle genealogie. È una posizione quasi in controtendenza in un’editoria fatta di presenzialismo. Che idea di letteratura ci sta sotto – a chi appartiene un libro una volta uscito, allo scrittore o alla catena di persone che lo tramandano?
Ovviamente un libro appartiene al lettore. A chi lo risignifica. Ne sono convinto. Dico delle biblioteche perché le librerie mi imbarazzano, come scrittore e come lettore. E tante volte mi sono vergognato di parlare dei miei libri in giro per l’Italia, con tutta la fatica e le difficoltà che ha uno che non ci vive più. Ma mi terrorizza raccontare o, ancora peggio, dover convincere un pubblico – normalmente più che scarso – a comprarsi il mio libro. Tra tutti i lavori denigranti di cui sopra devo dire che questo è volato al primo posto da subito. L’anno scorso, però, al Festival Letteratura di Mantova mi hanno chiesto di creare una collana fittizia di una possibile casa editrice. Una piccola biblioteca, insomma, una genealogia. Queste reti di lettura, queste costellazioni, stanno sempre all’origine dei libri che scriviamo. Ma le teniamo nascoste. O almeno è quello che ho fatto sempre anch’io. Quest’estate, invece, sto lavorando a un libro che lascia esposta la biblioteca su cui si fonda, cita continuamente gli altri libri che lo compongono. Non sono il primo a farlo. E sicuramente è un rischio. Ma uno come me non ha molto da perdere.
Hai detto che tutta la tua vita, finora, è stata una lunghissima traduzione. È la frase più bella e più inquietante che si possa dire di sé. Tradurre significa anche non avere mai un originale. C’è, da qualche parte, un Alessio Arena originale – o l’originale è proprio il fatto di essere sempre versione di qualcos’altro?
Non c’è. Sono stato un bugiardo compulsivo durante tutta l’infanzia. Una specie di fantasma che pensava non fosse necessario avere un corpo durante l’adolescenza. E da grande, poi, ho cominciato a cercare di tradurmi. Ma sento di non aver mai perso un’origine, ne ho accumulate diverse. La traduzione è sempre il posto in cui l’originale continua a crescere.