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Intervista ad Alex Mar

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Ha lavorato alacremente per cinque anni raccogliendo materiale e testimonianze, leggendo atti processuali, intervistando persone e consegnando alla stampa un true crime che ha in sé le qualità del grande giornalismo d’indagine e una notevole abilità narrativa. Alex Mar, raggiunta telefonicamente durante l’edizione 2024 di Libri Come, si racconta con generosità, e ci parla di violenza e perdono, di condanna e amicizia. Ascoltarla è davvero interessante.



Ti avranno già rivolto questa domanda molte volte. Che cosa ti ha spinto a raccontare una storia così forte, così controversa e così dura? E la scelta del titolo Settanta volte sette è stata immediata o il frutto di una ricerca più o meno lunga?
Mi sono imbattuta nella storia di Paula Cooper mentre facevo ricerche sul tema dei crimini violenti negli Stati Uniti. Cò che mi ha colpito più di ogni altra cosa è stato pensare a quanto Paula fosse giovane. Una ragazzina di quindici anni che commette un gesto di violenza estrema. Volevo davvero capire come ciò fosse stato possibile, come una persona tanto giovane potesse arrivare a un gesto di tanto efferato. Ma ciò che mi ha ossessionata subito dopo è stato cercare di capire come il nipote potesse aver scelto di perdonare pubblicamente Paula. Il nipote era molto legato alla nonna e non mi era mai capitato di sentire, in precedenza, una storia di perdono di uguale portata. Decidere di affermare pubblicamente che non vuoi che venga applicata una condanna a morte per chi ha brutalmente ucciso un tuo caro – perché in questo caso, secondo il nipote, la nonna non avrebbe voluto quel tipo di condanna – è qualcosa di incredibile. E io volevo davvero conoscere l’autore di tale affermazione, volevo conoscere il nipote dell’anziana signora assassinata. Perché un atto di perdono, in una situazione come questa, così estrema, è considerato una sorta di tabù, specie negli Stati Uniti. Questo, in sintesi, è il modo in cui è cominciata la progettazione di questo libro. Per quanto riguarda il titolo, invece, immagino di aver letto o sentito la frase “settanta volte sette”, che viene dalla Bibbia, parecchie volte, ma non mi aveva mai particolarmente colpito. Quando invece l’ha citata Bill, il nipote della vittima, e mi ha rivelato che questo passaggio aveva per lui un profondo significato, allora ho davvero compreso la sfida di Gesù, che ha perdonato ripetutamente, indipendentemente dalle circostanze. E ho deciso di dare questo titolo al libro, perché ho capito che si tratta di una richiesta davvero molto difficile da esaudire. E ne ho avuto la certezza durante i cinque anni in cui ho lavorato a questo romanzo.

Quanto è stato difficile, in quanto scrittore, sospendere il giudizio e mantenere un atteggiamento neutro nei confronti di Paula e degli altri protagonisti della vicenda?
Questa è secondo me una delle sfide maggiori, quando ci si accinge a scrivere non fiction. Quello che ho imparato da questa storia, per la quale ho intervistato qualcosa come ottanta diverse persone – e alcune più di una volta – è stato osservarla ogni volta da una diversa prospettiva. Con ogni diversa persona ho avuto una visione differente, da un’angolatura nuova e ho capito che gli eventi sono stati ben più complessi di quanto inizialmente pensassi. La comunità in cui Paula è cresciuta era ben più composita e complicata di quanto pensassi. Nella ziona di Gary c’era una comunità di colore molto forte e così era il vicinato di Paul, che ha vissuto la vicenda di Paula da una prospettiva ben diversa rispetto alla comunità bianca. Ogni volta, quindi, che ho parlato con una persona nuova, ho aggiunto un ulteriore strato di consapevolezza alla vicenda e ho finito per comprenderla nel profondo e accettarla. Qualsiasi idea avessi avuto all’inizio del mio percorso di studio e di ricerca è stata completamente rivista e a volte ribaltata dopo aver parlato con le persone intervistate.

Chi è Paula prima del massacro di Ruth Pelke e chi è invece dopo questo momento di estrema violenza?
La mia chiave per conoscere Paula prima dell’omicidio è stata la sorella Rhonda, che non ha mai concesso interviste prima di presentarsi in tribunale in qualità di testimone. Ci sono voluti oltre tre anni prima che Rhonda accettasse di parlare con me. E, per convincerla, le ho parlato del legame d’affetto molto forte che c’è tra me e mio fratello. Rhonda aveva tre anni più di Paula, erano due sorelle e si trovavano molto spesso a casa sole, perché i genitori erano fuori. La madre ha avuto seri problemi di alcolismo, dipendenza che ha cercato a lungo di combattere. Parlandole del legame con mio fratello, le ho fatto capire che quello che mi interessava era conoscere le dinamiche che si innescavano tra le due sorelle quando erano sole. E Rhonda mi ha parlato di due sorelle molto legate, che si acconciavano i capelli a vicenda, giocavano insieme divertendosi, trascorrevano del tempo guardando la tv. I racconti di Rhonda mi hanno permesso di capire che Paula era semplicemente una giovane ragazza, che ha dovuto convivere con una realtà fatta di abusi. È scappata di casa insieme alla sorella molte volte, ma ogni volta le autorità le hanno ricondotte a casa e a una realtà difficilissima da sopportare. Ho capito che per Paula questo, a un certo punto, è stato troppo e la ragazza ha avuto una specie di crollo il giorno in cui ha commesso l’omicidio. Di questo sono fermamente convinta. Dopo l’omicidio, quando è diventata parte del sistema, quando è stata messa in prigione e nel braccio della morte – una ragazza di quindici o sedici anni, costretta a rimanere in prigione così a lungo – è inevitabile si sia trasformata. Non ha avuto più chance di condurre una vita che potesse definirsi normale e, per quanto riguarda Paula, la possibilità di una sorta di riabilitazione è arrivata nella sua vita parecchi anni dopo, dopo lunghi anni in carcere.

Rhonda è una figura che ho molto amato. Sei riuscita, nel romanzo, a rendere i suoi dubbi sul comportamento di Bill, all’inizio, molto efficaci. Quando, dopo l’incontro tra il nonno e Bill, Ruth vede un cesto di frutta grande, a casa del nonno appunto, dice “Io non la mangio quella maledetta frutta”. Quanto è stato difficile raccontare le sue paure e i suoi timori prima e le sue consapevolezze poi?
Come immagino saprai, ho stretto prima di tutto una relazione con Bill. La sua amicizia con Rhonda ha significato moltissimo per lui, anche se, quando l’ho conosciuto, era in un periodo in cui Rhonda non gli parlava. Per Rhonda il rapporto con Bill era molto più difficile di quanto lui potesse pensare. Lei si ripeteva “Noi due siamo in relazione a causa del gesto terribile che mia sorella ha commesso. Come è possibile che io possa diventare amica di quest’uomo?” Durante la stesura del libro, comunque, li ho visti davvero molto vicini, e molto onesti l’uno verso l’altro. Credo quindi che Rhonda abbia colto l’opportunità di essere molto onesta anche con me. Devo dire che una delle cose che mi ha maggiormente colpita e scioccata in questa storia è stato proprio pensare che Bill e Rhonda sono stati uno di fronte all’altro, ai lati opposti della barricata, in un’aula di giustizia e, sempre loro due, trenta e passa anni dopo, sono diventati uno il miglior amico dell’altra. Rhonda mi ha descritti Bill come il suo miglior amico. Trovo che questa cosa sia incredibile. Il loro rapporto mi ha davvero commossa e ho fortemente voluto che la trasformazione del loro legame fosse molto chiara nella storia, perché solo così secondo me il pubblico dei lettori può capire com’è stato possibile che due persone come Rhonda e Bill potessero ritrovarsi nella stessa stanza e accettarsi.

Frasi come “Fuori nevica, ma Paula non lo sa”, raccontano moltissimo in poche parole. Quanto hai dovuto rimaneggiare le parole, appunto, prima di essere soddisfatta del risultato? Hai fatto riscritture del testo è stata “buona la prima” come si dice?
Gli eventi di questa storia sono stati così enormi e così tragici che ho impiegato un sacco di tempo per scriverli. All’inizio ho solo cercato di rendermi conto del succedersi degli eventi, poi mi sono impegnata a far sì che le cose venissero raccontate nel modo più semplice ed efficace possibile. Quindi c’è stato bisogno di un grosso lavoro di editing. Inoltre ritengo che, in questa storia, non fosse importante rendere ogni singolo dettaglio, ogni singola azione violenta. Ho cercato di scegliere i momenti che potessero avere un maggior impatto sul lettore e questa è stata forse la parte più importante della sfida che ho deciso di affrontare. Quando i fatti sono così estremi, trovo sia importante cercare di renderli il più semplice possibile.

Cosa significa perdonare per te?
In circostanze estreme, come quelle raccontate nel mio libro, il perdono può essere un sentiero verso la libertà. L’ho imparato da Bill, un uomo complicato, imperfetto e difficile, che non ha mai finto di essere un santo, ma che proprio per questo ho finito per stimare e apprezzare in modo particolare.

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