Intervista ad Alice Basso

Articolo di: 

Milanese di nascita e piemontese d’adozione, Alice Basso ha una vita che definire “piena” è un eufemismo. In orario d’ufficio lavora come redattrice, traduttrice e valutatrice di proposte editoriali. Poi scrive romanzi di successo – le deliziose serie della ghostwriter Vani e della dattilografa Anita – e infine nel tempo libero (!!!) suona e canta in un paio di rock band. Divertente, vivace, sempre con la battuta pronta, Alice secondo noi somiglia molto alle sue protagoniste. Chissà cosa ne pensa lei. Glielo abbiamo chiesto – assieme a molto altro – per voi. La foto è di Yuma Martellanz.




Ma quanto lavoro c’è (soprattutto studio) dietro ogni tuo romanzo!!!
Ma grazie! Sono molto, mooolto felice che si noti! Sai, quando ti spari una tonnellata di pagine di studio per un esame all’università, poi hai quantomeno un voto a confermarti che si sia notato, ma quando ti servono per costruire il contesto di un romanzo, be’, puoi solo sperare che al lettore la cosa non sfugga. E se poi il romanzo è un romanzo leggero e un po’ avventuroso, e dunque il lettore avrebbe tutte le ragioni per non soffermarsi poi troppo a vagliare la solidità del contesto, è ancora meno scontato. Quindi: grazie! In effetti, sì: ho studiato un bel po’. Ma mi sono divertita moltissimo, perché la materia era appassionante – anzi: le materie. C’era da approfondire innanzitutto, ovviamente, lo scenario storico – ma quello è stato il più semplice: le leggi sulla censura, sull’occupazione femminile... quelle sono cose che bene o male si possono reperire piuttosto facilmente dai manuali di storia. La parte difficile è stata ricostruire la quotidianità: com’era, nel concreto, nel 1935, la vita di una dattilografa? O quella di uno scrittore? E poi, fondamentale: com’era Torino? E, last but not least (in inglese non a caso), c’era da approfondire tutto lo sfondo letterario: dai libri pubblicati (o censurati) in quegli anni in Italia, alla giallistica noir e hard boiled che Anita e il suo capo, Sebastiano, si fanno arrivare dagli Stati Uniti (e io con loro, perché qui in Italia, anche oggi nel 2020, si trova tradotta solo in minima parte)...

Citazioni letterarie e dei fumetti, nei tuoi libri: ma te le ricordi tutti, o te le sei segnate man mano perché ti piacevano, o le studi in sede di creazione delle storie?
Uh, figuriamoci! Segno tutto! Certo, c’è un pacchetto di riferimenti culturali che mi porto dietro da sempre, perché sono entrati nella mia vita quando ero bambina o adolescente (e la mia memoria era ancora decente); però, al di fuori di quel nucleo di base lì, se incappo oggi in qualcosa di bello – una frase, una storia, un’opera musicale o artistica... – lo annoto, fotografo o appunto senza indugio. La cosa divertente è che, quando incappo appunto in qualcosa di bello, non solo mi viene immediatamente voglia di condividerlo, ma di solito la mia testa inizia immediatamente a escogitare un modo per farlo: “Come potrebbe inserirsi questo spunto meraviglioso con la trama che ho già?” E di solito il modo si trova!

Abbiamo dato il benvenuto ad Anita, tuo nuovo personaggio che ci accompagnerà, come hai dichiarato, per altri quattro libri, dopo questo: è già tutto pianificato?
“Pianificare” è una parola molto pericolosa, in questo strano anno che ci scombina tutti i programmi e i calendari, quindi facciamo che non l’abbiamo pronunciata ad alta voce, okay? Però sì, se tutto va bene, nella mia testa dovrebbe trattarsi di una serie di cinque libri (com’era stata quella precedente, la serie sulla ghostwriter Vani Sarca), dei quali ho già pronte tutte le trame. Perché a me viene comodo lavorare così (ma è la mia tecnica, eh, tengo a specificare che ci sono autori che non pianificano maniacalmente quanto me; semplicemente, ognuno ha il proprio metodo): pensare a una serie nel suo insieme, dall’incipit al finalone, poi suddividerla in singoli libri, definire la trama di ciascuno, poi attaccare con la scaletta dettagliata, capitolo per capitolo, del primo libro, e solo a quel punto, cioè a scaletta ultimata, iniziare a scrivere davvero. Lo so, suona ragionieristico e arido, eh eh. Però è il mio modo di pormi prima tutte le domande sulla struttura e la trama, e così poi non dover far altro che divertirmi il più possibile a scrivere quello che ho già definito.

Anita è arrivata dopo Vani e deve occupare il suo posto nel cuore dei lettori. Ma secondo me si somigliano un sacco. Sbaglio? Soprattutto, dopo aver seguito alcuni incontri virtuali di presentazione della nuova serie di libri, con te, Vani, Anita e Alice sembrano proprio essere... la stessa persona, in termini di ironia, di battute, di curiosità, di conoscenza. Che ne pensi?
Cavoli, se hai già seguito delle presentazioni online sto per dire una cosa che ti annoierà moltissimo perché l’avrai già sentita ripetere alla nausea... a meno che tu non sia una sagacissima volpe e abbia fatto questa domanda apposta perché volevi farmi ripetere questa risposta! E la risposta è che, pur dovendo per forza di cose differenziare le mie due protagoniste (e infatti Vani è misantropa e Anita è frizzantissima, Vani è tutta truce e vestita di nero e Anita è una bella figliola prosperosa in vestitini a fiori, eccetera), non avrei mai voluto portarmi dietro per i futuri cinque anni una protagonista che non avesse la medesima cazzimma di Vani. Ove con “cazzimma” – termine che mi hanno insegnato i miei amici napoletani e che trovo favoloso, intraducibile e insostituibile – intendo quel misto di battuta pronta, faccia di bronzo e lieve dispettosità che ti fa scoppiare a ridere e pensare “ah, se ce l’avessi io, quella prontezza di riflessi lì!”.

Vani era fondamentalmente fragile e sentimentale, anche se non voleva darlo a vedere, Anita sembra essere ingenua, apparentemente, ma curiosa e desiderosa di scoprire il mondo... Da questo punto di vista che cosa ci hai messo del tuo?
Hai proprio ragione: da un certo punto di vista, nonostante l’apparente durezza di Vani, Anita è più sicura di sé di quanto lo fosse lei. Però in tutta onestà non so cosa posso aver trasferito di mio a Vani e Anita: loro sono forse più come mi piacerebbe essere, che come sono veramente. Ti faccio ridere: per cinque anni mi sono sentita chiedere “cos’hai in comune con Vani?” ed ero arrivata faticosamente a mettere insieme qualche aspetto minore (non la misantropia, per dire, ma il whisky torbato e il tagliarmi i capelli da sola allo specchio del bagno); adesso me lo chiedono di Anita, e io mi diverto a rispondere: “Io? In comune con una ventenne fichissima piena di curve? Ma magari ne avessi, di somiglianze!”.

Se ormai ci stavamo “vanisarchizzando”, ora che cosa ci toccherà?
Beh, io penso che “anitizzarsi” potrebbe rivelarsi abbastanza divertente! Io posso dire, da parte mia, che entrare nella testa di Anita e farla parlare e muovere, negli scorsi mesi, mi è piaciuto un sacco: anzi, garantisco che poche esperienze sono interessanti e appaganti come diventare per un po’ una bella brunetta di vent’anni tutta curve, con la battuta pronta e un paio di amici in gamba da frequentare...

Vani aveva asocialità (secondo me apparente) in scorte illimitate. Anita sembra essere tutt’altro...
Ah sì, Anita è popolare e ama esserlo. E, anzi, il suo problema principale è molto poco, uhm, “vanisarchico”, direi: la gente crede che sia una donnina molto carina ma molto poco intelligente – un po’ perché dalle donne non ci si aspettava questa gran caratura intellettuale, all’epoca, e un po’ perché Anita ha quest’aggravante fastidiosissima della bellezza, che da che mondo è mondo, chissà perché, induce gli altri a credere che, se sei bella, tu non abbia bisogno di essere nient’altro, e dunque non ti sia mai premurata di sviluppare un’intelligenza.

Queste tue due “figlie”, quanto ti rendono orgogliosa, quanto hanno aiutato la tua vita, quando invece sono state d’inciampo e quanto spazio c’è ancora per loro?
Ecco, grazie della domanda, perché mi permetti di dire a chiare lettere che io amo tantissimo sia Anita che Vani, e che se ho lasciato Vani dopo cinque libri è stato solo perché, come dicevo, io amo le serie brevi, con un capo e una coda pensati in maniera organica, e avevo deciso sin dall’inizio di dare a Vani una storia che si dipanasse in soli cinque romanzi. Ma non mi sono certo staccata da Vani sospirando “Oh, finalmente: mi sentivo così pVigionieVa del peVsonaggio!” e altre stucchevolezze da scrittore da operetta. Io amo tuttora un sacco Vani, alla quale devo tantissimo. Così come amo Anita, che si è accollata col sorriso sulle labbra il peso dell’eredità vanisarchica e con la quale sto affrontando questa nuova avventura divertendomi molto. E poi, sai: secondo me, se Vani e Anita si conoscessero, tempo due battute brillanti da parte di entrambe e si piacerebbero tantissimo.

Diamo per scontate queste cinque “puntate” di Anita. Poi? Hai già altre idee, altre donne da presentarci che stanno facendosi largo nei tuoi pensieri? E poi dobbiamo considerare Vani davvero un capitolo chiuso?
Guarda, io non ho mai un progetto solo che mi frulla per la testa. Non è una vanteria, eh – in primis perché non è necessariamente una cosa per cui vantarsi: c’è chi ha il problema della pagina bianca, io sono una logorroica/grafomane e la cosa vale anche per l’iperattività creativa; il mio problema semmai è sfrondare, selezionare, essere autocritica, rinunciare ad alcuni progetti, riconoscere che non si può fare tutto e che alcune idee di cui mi innamoro magari invece a pensarci con più lucidità non hanno tutto questo appeal ed è giusto che siano accantonate. Questo per dire che dubito che, durante questi anni di Anita, mi limiterò a scrivere di Anita. Sarà semmai divertente scoprire quali altri progetti supereranno le selezioni e arriveranno a concretizzarsi... e credo che sarà una sorpresa prima di tutto per me! :)

I LIBRI DI ALICE BASSO



Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER