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Intervista ad Amitav Ghosh

Dopo l’ormai lontano 2009, quando Mangialibri aveva avuto la fortuna di intervistare Amitav Ghosh durante il Festivaletteratura di Mantova (di quel dialogo trovate traccia nelle ultime tre domande/risposte qui in basso), ora che è uscito in Italia l’ultimo lavoro dello scrittore, giornalista e antropologo indiano ho avuto il privilegio di incontrarlo per ben due volte nell’ambito del tour organizzato da Neri Pozza. Una prima volta, nel corso della splendida presentazione del libro presso il teatro Piccolo Eliseo di Roma, durante la quale Ghosh si è intrattenuto con il pubblico sui vari temi collegati al suo lavoro, come il rapporto tra crisi climatica e cultura, il messaggio veicolato dalla leggenda di Jungle nama, la divinità della foresta, l’importanza e la difficoltà di una traduzione del testo rispettando l’antica metrica bengoli, e molto altro. Non solo, Amitav si è reso disponibile anche a rilasciare un’intervista. Lo raggiungo in un delizioso albergo al centro di Roma, dove, comodamente sistemati in una sala piccola e tranquilla conversiamo un po’ intorno al suo lavoro, e non solo. La cordialità di Ghosh rende il tutto davvero magico…




Amitav, iniziamo dal tuo ultimo lavoro. Jungle nama è una leggenda, una fiaba, il cui messaggio - come hai brillantemente sintetizzato nella presentazione al teatro Piccolo Eliseo di Roma - è quello di far comprendere ai lettori quanto sia importante trovare e mantenere un equilibrio tra le esigenze degli umani e quelle dei non umani. Perché hai scelto questa specifica forma letteraria?
Sai, quando io ho scritto il mio libro La grande cecità ho detto proprio che pensavo che gli scrittori dovessero cominciare a cercare delle forme diverse, dei modi diversi di comunicare quello che avevano pensato, quello che avevano da dire su questi temi del cambiamento climatico. E quindi, per quello che riguarda questa forma che ho scritto, ci sono arrivato proprio in larga misura per le riflessioni che avevo condotto ne La grande cecità. Fra l’altro, in quel libro dicevo che mi sembrava che fino a quel momento in cui scrivevo, fossero stati per lo più i poeti in generale ad essere, come dire, maggiormente sensibili alla tematica del cambiamento climatico rispetto ai prosatori in generale, che fossero romanzieri o anche saggisti. Mi sembrava che i poeti fossero così. Quindi evidentemente c’era qualche cosa nella forma poetica. Molto importante per me, inoltre, è stato il fatto che leggende su questo tema, in fondo, esistono nella cultura bengalese, nella cultura dalla quale provengo, in versi, da molto tempo. Inoltre ho cercato con quest’opera anche di tirarmi un po' fuori dall’espressione artistica così altamente individualizzata. Insomma questo non è un romanzo che uno si legge in silenzio nella sua testa, questo è un testo in versi, secondo una metrica ben definita, che si adatta perfettamente ad essere letto in uno spazio collettivo, letto ad alta voce, intonato come cantilena, cantato. E quindi ho cercato, mi sono sforzato di creare in qualche maniera un’opera che potesse avere una molteplicità di vite. E dunque, per quanto riguarda il libro cartaceo, ho avviato una collaborazione con questo straordinario artista, che ha creato le illustrazioni, Salman Toor. Per quanto riguarda la dimensione, diciamo, uditiva, acustica, beh…questo è un libro che si presta bene per essere presentato in forma di parola parlata, quindi audiolibro, insieme di raccolta di canzoni, di canti. L’audiolibro già esiste, ed è un’altra fenomenale collaborazione che ho avuto la ventura di stabilire con Ali Sethi, grande cantante, anche lui di origini pakistane, che appunto lo canta, questo testo. Stiamo anche pensando di mettere in scena probabilmente uno spettacolo, tratto da Jungle nama, e io ho pensato addirittura a un gioco, un videogioco, intitolato proprio Jungle nama.

Mi soffermo ancora sulla metrica. Qual è il ruolo della metrica al di là della letteratura? Che insegnamento può dare agli individui?
Io ho scelto un metro in particolare, come ho spiegato. È un metro molto antico, si chiama dwipodi-poyar, esiste nella lingua e nella cultura del Bengala da secoli, è multisecolare. E in bengoli, nella nostra lingua, esistono molti testi scritti in questo metro, soprattutto testi che parlano o presentano diverse divinità, varie divinità. Che cosa è piaciuto a me di questo metro in modo particolare? Insomma, ci sono poemi epici grandissimi del nostro mondo, e se da secoli sono scritti in metrica chiediamoci perché. Perché ai nostri antenati è piaciuto scrivere e leggere in metrica? Perché la metrica aggiunge una certa dinamica a una vicenda, la metrica di per sé riesce a prendere la narrazione e portarla avanti in qualche maniera, e quindi ho voluto adattare questo lavoro a quel metro tradizionale bengoli, perché mi sembra che il metro aggiunge qualche cosa alla storia, la sostiene, la porta avanti e in questo senso rende possibile una magia. Ma forse in Jungle nama la magia è proprio il metro stesso. Cioè il dwipodi-poyar in qualche maniera è protagonista di questa vicenda.

Ciò che colpisce nel mito di Bonbibi, la divinità della giungla, è che Indù e Musulmani preghino insieme affinché conceda loro delle benedizioni, in un comune anelito religioso (penso al Bonbibi festival e alla festa di Ramrudrapur). Ritieni possibile una pacifica coesistenza di religioni collocate ad opposte polarità?
Noi viviamo oggi in un’epoca di incredibile polarizzazione religiosa, incredibile. Ormai non diamo per scontato in modo del tutto automatico che, per venire al caso di specie, quello che stai facendo tu, Indù e Musulmani, come dire, compongano due mondi totalmente separati tra di loro e anzi contrapposti. Ma i testi, la tradizione, i testi come questo, la tradizione come questa, ci mostrano che sul terreno, cioè a livello della gente, a livello di base diremmo, non è così. Cioè le popolazioni prendono a prestito di continuo, mutuano di continuo, l’una dall’altra, idee, concetti e anche persone, appartenenti a fedi diverse, lo fanno. E molto spesso poi questi prestiti si fondono con la fede originaria e quindi la modificano a un grado talmente significativo, ad un livello talmente significativo, che tanti di questi concetti religiosi e spirituali, veramente provengono dal suolo, dalla terra, sono legati alla terra. Allora, il culto di Bonbibi è diffuso proprio nelle Sundarban, ma questo mi ricorda immediatamente che in Italia avete tanti santi la cui venerazione è legata in modo particolare a determinati posti, a determinati luoghi del paese. Quindi a me sembra che l’importanza di questa storia che io narro in Jungle nama: è offrire, far scorgere che ci sono alternative a questa estrema polarizzazione, a questa estrema divisione religiosa attuale del nostro mondo odierno. A Palermo ogni anno si tiene la processione famosissima di Santa Rosalia, che comporta un pellegrinaggio, uno spostamento in salita verso un monte. Beh, mi dicono, ho sentito dire, che fra i partecipanti più entusiasti a questa specie di pellegrinaggio, di processione, sono i tanti Tamil che vivono e lavorano a Palermo attualmente. Questo deve farci pensare. Cioè a livello delle credenze e delle pratiche popolari, quello che noi chiamiamo folclore, ci sono tanti tipi, tante modalità di interpenetrazione fra le diverse fedi e religioni. Noi siamo abituati ormai a pensare alla religione come a una faccenda totalmente di dottrina, ma pensiamo anche alle pratiche personali, degli appartenenti a queste religioni, e vedremo che queste sovrapposizioni di strati diversi esistono tanto in Sicilia come anche nel mondo, per esempio nell’India, tra seguaci dell’Islam e Indù.

Un po’ in tutta la tua produzione letteraria emerge una particolare attenzione al cambiamento climatico (o crisi climatica come suggerisce il “Guardian”) e ai problemi legati all’ambiente (penso soprattutto a Il Paese delle maree, La grande cecità e, da ultimo, Jungle nama). In una tua recente intervista hai parlato di una nostra incoscienza, di una incoscienza collettiva intorno a questi temi. Qual è, secondo te, il percorso da seguire per sensibilizzare la collettività a queste problematiche?
È difficile dirlo, cioè osservo che per quanto riguarda gli impatti ambientali e la situazione del cambiamento del clima del pianeta, quello a cui stiamo assistendo è una cosa che io giudico terribile, cioè che continuamente questa e quella popolazione nel mondo viene colpita da questi effetti del cambiamento climatico, e nel giro di settimane tutti se ne scordano. Dopo settimane, mesi, chi si ricorda ancora, in Italia (visto che stiamo parlando in Italia) della tremenda alluvione che ha colpito Genova anni fa, in cui persone sono morte semplicemente perché l’acqua le ha letteralmente spazzate via dai loro appartamenti, se si trovavano al piano terra, e se l’è portate via? Chi se ne ricorda più di queste cose? È terribile che proprio riguardo a un fenomeno così devastante, come il cambiamento, la crisi climatica, che provoca disastri in tutte le parti del mondo, noi abbiamo ancora questa tendenza a dimenticare. Tu mi chiedi come fare a suscitare, a stimolare, a potenziare la nostra consapevolezza, a sensibilizzarci. Cosa ti posso dire? Io sono soltanto uno scrittore, non sono uno che ha accesso a tutti i canali, a tutti i media, ed è in parte per questo, ti dico, che ho voluto scrivere Jungle nama, perché da tempo andavo cercando un modo per affrontare la questione sul terreno della letteratura, ma che fosse anche un modo diverso per avvicinare proprio le persone, per cercare di comunicare direttamente alle persone che cosa effettivamente succede.

Nato a Calcutta, hai poi studiato ad Oxford Antropologia sociale: quanto ha inciso il confronto con l’ambiente intellettuale occidentale nella tua formazione?
Certamente questo confronto è stato importante, però vorrei sottolineare quanto la mia formazione dipenda soprattutto dall’educazione intellettuale che ho ricevuto all’università di Delhi: lì ho trovato un ambiente culturale interessante, sviluppato e vitale che ha contribuito molto alla formazione della mia persona. Per cui, come posso dire, una volta arrivato ad Oxford mi sembrava di essere piuttosto preparato su quasi tutto: ecco, è stata una bellissima e piacevole vacanza, più che altro.

Calcutta è spesso presente come contesto centrale in cui si svolge la narrazione dei tuoi libri o come sfondo periferico dei tuoi romanzi. Com’è cambiata la città in questi anni?
Ovviamente è cambiata tantissimo, io ci sono cresciuto tra gli anni ’60 e ’70 ed era un periodo terribile, ti faccio degli esempi: capitava di avere luce e corrente elettrica per non più di due ore al giorno, camminare per strada voleva dire imbattersi in attentati o bombe e poi c’erano migliaia di rifugiati dal Bangladesh che scappavano dal loro paese; insomma era una città veramente complicata. Oggi è certamente più semplice vivere a Calcutta e di certo non manca più l’elettricità, pensa che nei campi dietro la casa in cui sono cresciuto, al posto della natura selvaggia, degli animali, ora c’è un gigantesco negozio di Prada! Parlando seriamente non saprei se questo sviluppo renda migliore Calcutta, è una città che, a differenza di Bombay, non ha ancora trovato la sua identità e il suo posto nel mondo. Però resta la mia città, la mia Calcutta, con un passato interessantissimo, un popolo multiculturale e una società pluri-stratificata; insomma ha dell’ottimo materiale per i miei romanzi.

Confrontando le tue differenti opere, balza subito all’occhio il tuo amore per l’intreccio, il destino dei personaggi finisce sempre per collidere: ciò comporta una complessità strutturale del testo non indifferente. Ecco, questa struttura si crea sulla carta, mano a mano che scrivi? O è già presente in modo definitivo a livello mentale, prima della stesura?
Ho un’idea complessiva prima di cominciare la stesura, non si potrebbe fare altrimenti, però la struttura vera e propria viene a delinearsi proprio mentre scrivo, nel corso dell’opera. In questo i personaggi hanno un ruolo veramente importante: sono i protagonisti dei miei scritti, con le loro caratteristiche individuali, a determinare il senso delle mie stesure, mi orientano a procedere in una direzione piuttosto che un’altra, per me è come se fossero persone reali con le loro storie da raccontarmi ed io non faccio che trascriverle. Come puoi vedere la mia idea di scrittura è simile ad un organismo vivente, un processo generativo: una volta che una storia incontra la carta, da lì si sviluppa e origina altre storie.

I LIBRI DI AMITAV GHOSH