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Intervista ad AN15

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A giugno 2026 Milano è canicolare. Il Leoncavallo è stato sgomberato un anno fa. A marzo hanno avuto luogo le Olimpiadi, le inchieste sull’urbanistica avanzano tra ricorsi, sentenze e interessi immobiliari. La città non è mai stata così invivibile: offerta culturale uniformata e livellata verso l’alto; affitti proibitivi; emergenza casa. AN15 - al secolo Anna Laugelli, scrittrice e artista underground milanese - di tutto questo è ovviamente ben consapevole, e il romanzo oggetto di questa intervista parla anche di questo.



Il respiro del delfino è un romanzo postpunk e attraversa tante ere diverse di Milano. Quali differenze noti tra queste ere comparate tra loro e oggi?
Noi partiamo dagli anni Ottanta, in cui c’erano i centri sociali. Ne Il respiro del delfino ho creato un centro sociale immaginario che racchiude l’attitudine che c’era in quel periodo. Per esempio, il no alla droga perché la droga è parte del sistema, quindi appropriazione anche di palazzi - appropriazione e occupazione, occupazione sociale -, di spazi, ed era già più possibile, poi fino a un certo punto non più perché si veniva sgombrati. Mi piace il fatto che sono riuscita a sviluppare il discorso che nel giro di venti, trenta, quarant’anni stiamo sempre a parlare delle stesse cose, anche se forse adesso siamo arrivati alla resa finale. Perché tutti i centri sociali sono stati quasi tutti sgombrati, quelli più importanti - anche quelli che facevano parte di un contesto di quartiere, che entravano da gente di quartiere - sono stati chiusi. Si vede anche a Torino, che è cambiata molto, ma a Milano è evidente: in questo libro, si passa dalle Varesine a Piazza Gae Aulenti. Mentre andavo avanti con il libro, si sovrapponevano le zone: io non l’ho fatto neanche apposta ad associare questa cosa, però è la realtà di quello che è accaduto. Può essere bella quanto vuoi, Piazza Gae Aulenti, è affascinante, però è funzionale a un certo tipo di visione di Milano, non certo per degli spazi sociali o semplicemente liberi, anche perché è una piazza privata.

Sono molto incuriosito invece dallo pseudonimo che usi, AN15. Da dove nasce?
Credo che sia nato da dalle mie letture cyberpunk, ad esempio ad esempio William Gibson, Philip K. Dick, non so mi viene in mente tutta quella cricca di cui si parla molto anche adesso, anche Huxley, perché le loro non erano distopie, ma erano prospettive sociali basate su dati reali che loro vedevano e adesso vediamo anche noi. Quindi nasce da questo gusto cyberpunk, da questi personaggi un po’ robotici un po’ carnali, poi facendo DJing, quello è stato il mio nome lo è diventato poi anche come scrittrice.

Sono rimasto molto colpito più dal personaggio Ansel che dal personaggio di Gretel. Mi sembra che sia molto più in balia del mondo in cui vive, del contesto in cui è nato. Da dove viene questa caratterizzazione e dove sarebbero oggi queste due persone?
Sono stata anche troppo buona con Ansel e non so se si nota durante il libro. Ansel e Gretel sono due personaggi contrapposti in realtà, no? Fanno un percorso di vita a volte che si unisce e a volte che si divide. Essendo un libro di resistenza, loro stessi rappresentano un po’ una contrapposizione di questo tipo di resistenza. La differenza sta nella classe sociale. Io ritengo che questo libro sia fortemente classista, non lo nego assolutamente. Ansel è una persona che può scegliere tutto, può avere tutto e ha comunque un paracadute per qualsiasi scelta che lui possa fare. Invece Gretel di fatto nasce da basi zero, non ha nessun paracadute, nessuna rete di protezione e da solo cerca di emanciparsi. Ed è un’emancipazione per la sopravvivenza, mentre Ansel non ha bisogno di emanciparsi per la sopravvivenza, perché lui comunque sa che può sopravvivere. Qualsiasi cazzata faccia, qualsiasi errore faccia. Forse Gretel è sempre stato in realtà più libero, nonostante la sua mancanza di strumenti. Invece Ansel, nonostante abbia la libertà di poter scegliere, è sempre stato molto ingabbiato, forse per la sua attitudine anche a voler essere a voler essere qualcosa che non è in realtà invece Gretel sa è consapevole, ha questa coscienza personale di sé.

Da persona che non ha vissuto né il postpunk né gli anni Ottanta e vedendo con gli occhi di oggi, mi sembra che Gretel rappresenti i centri sociali e la classe popolare, e Ansel l’aristocrazia che ogni tanto si diverte a giocare con il popolo e poi non appena si stufa lascia stare…
Userò impropriamente questo termine: è un’appropriazione culturale che fanno molte persone che vengono dall’alto. È un po’ come quando Manuel Agnelli diceva “Sui giovani d’oggi ci scatarro su" (Afterhours, Sui giovani d’oggi) e parlava proprio di queste persone che andavano in barca a vela la domenica e poi il venerdì al Leoncavallo. È una cosa che può anche non dar fastidio, però quello che io vorrei trasmettere è che se tu appartieni a un certo tipo - e non è una critica per gli Ansel, ma per i Gretel -, i Gretel devono essere consapevoli e anche orgogliosi, non dovrebbero diventare come i paninari che con l’acquisto si acquistano anche una personalità.

Alla fine, Gretel si salva, Ansel no. Gretel trova un contesto che in qualche maniera lo riesce a far fiorire, mentre Ansel rimane sempre allo stesso livello…
Anche se nella sua vita perderà sempre, perché si trova sempre in una situazione di eterna rincorsa, Gretel è una persona che cerca di resistere. Invece Ansel è una persona che si adegua ogni volta alle situazioni nelle quali si trova, fa sempre la scelta più conveniente, la situazione più comoda. Moralmente, secondo la mia visione, è un perdente.

Per Gretel, la salvezza viene sì dalla partecipazione politica, ma anche dalla scrittura. O no?
Nonostante i suoi strumenti e il suo background, Gretel si è sempre avvicinato alla cultura, alla lettura: la sua salvezza è proprio quello. È un’arma che ha, la gestisce per una sua crescita personale, questo suo amore per la letteratura, per la narrativa e quindi cerca di fare, come si dice, la limonata con i limoni, e riesce anche perché si sente bene probabilmente in quell’ambito culturale, nonostante sia autodidatta e non abbia avuto strumenti. Quindi sì, è scrittura come salvezza, cultura come salvezza, informazione come salvezza: d’altra parte anche i centri sociali promuovono la cultura, la conoscenza, la consapevolezza.

Ci sono riferimenti letterari, dei modelli ai quali hai guardato nello scrivere questo libro?
Faccio fatica a trovare dei romanzi di riferimento per quello che scrivo, in Italia non so chi è che scriva di queste cose. Io faccio ricerca d’archivio: questo libro nasce da una ricerca profonda sugli archivi dei giornali messi online tanto tempo fa, tipo “l’Unità”. Quindi io vado sul giorno, vado sull’aneddoto e ci costruisco una fiction da un fatto. Se penso a qualcuno che lo fa, probabilmente Michelle Houelllebecq: prende ogni tanto degli aneddoti, li trasforma secondo la sua visione malata, però è uno che lo fa. Forse Kundera lo faceva anche.

E qual è stato quindi un articolo che ti ha dato il la per sviluppare il romanzo?
Uno di Ivan della Mea. Io non l’ho vissuta la Milano negli anni Ottanta: cercando di capire la situazione tra paninari, centri sociali, manifestazioni di quel periodo, sono incappata in questo articolo in cui descriveva la Milano di quegli anni. Da come com’era prima a come è stata trasformata: partiva da via Melzo, Buenos Aires e arrivava pian pianino in Duomo e descriveva com’era la Milano di allora. E quindi io sono uscita fuori di testa, l’ho inserito nella storia e poi chiaramente l’ho citato.

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