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Intervista ad Andrés Neuman

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Andrés Neuman è argentino di Buenos Aires, ma conosce abbastanza bene l’italiano (e anche Mangialibri!). Questa conversazione, allora, si è svolta stravolgendo spesso la canonica sequenza delle domande e delle risposte mediate dall’interprete, guidata dalla passione comune per i temi trattati. Con il sottofondo caotico e allegro della Fiera della piccola e media editoria di Roma Più Libri Più Liberi, abbiamo parlato del corpo e delle sue interpretazioni. Neuman era in Italia per presentare i suoi ultimi libri, pluripremiati e apprezzati dai lettori.



Il tuo Anatomia sensibile mantiene la forma della narrativa breve ma vira sulla saggistica…
È distinto nella forma dalla mia produzione, ma le preoccupazioni, in fondo, sono simili. Da tanto tempo scrivevo di corpi che non rientrano perfettamente nei canoni, volevo cercare di riflettere sulle bellezze alternative. Mi piace pensare che in Anatomia sensibile operino tutti i generi letterari: c’è l’autonomia del racconto breve, perché ogni pezzo si può leggere separatamente; tutti insieme, poi, formano una sinergia, si uniscono in un corpo intero. Se fosse un romanzo, il personaggio sarebbe, appunto, il corpo e il narratore sarebbe il pensiero comune. Ho voluto sperimentare sia i generi letterari, compresi la poesia e l’aforisma, sia i generi intesi come identità sessuale e con l’ampiezza stilistica che ogni corpo è capace di rappresentare, dall’aspetto più soave a quello più respingente.

Ultimamente diversi saggi raccontano di corpi diversi, di corpi addirittura post-umani. Cosa ne pensi?
Sì, la non-fiction se ne sta occupando molto. Una letteratura, invece, che tratti il corpo secondo canoni non usuali è in ritardo. Vedo, piuttosto, una sorta di uniformazione sui social network, dove le ragazze sono tutte da copertina, come se la realtà sensoriale fosse totalmente colonizzata dall’estetica pubblicitaria. Da questi segnali emerge un invito fortissimo a rendere il nostro aspetto socialmente accettabile.

Per scrivere libri ibridi come questo, leggi qualcosa di diverso dal solito?
Si nota? Ed è vero. Ho fatto letture insolite e molto divertenti: mi sono dedicato a manuali di anatomia medievale, testi pre-scientifici.

Hai considerato anche la mitologia? Metamorfosi, creature semidivine?
No, perché l’idea era di de-mistificare il corpo. Ho considerato la scultura classica, le forme perfette come quelle di Achille, e le ho usate come modello da parodiare, sul quale esercitare satira e non celebrazione, qualcosa da de-valorizzare, a cui togliere valore. Dal punto di vista sociologico, quella iconografica resiste oggi in luoghi come le palestre: la bellezza considerata desiderabile, intrinsecamente armonica, è ancora quella, non negoziabile. Eppure quell’ideale estetico era pieno di soggettività e interessi politici: in Grecia quei corpi erano adatti alla guerra, al servizio del potere.

Erano funzioni…
Esatto. Dovevano essere utili, strumento della politica. Spesso le rappresentazioni dei corpi classici non erano altro che iperboli, modelli irraggiungibili per l’anatomia del nostro corpo, per la fisiologia dei muscoli umani.

Esisteva già allora una specie di questione di genere?
Certo. Le donne venivano ritratte soltanto in situazioni di sottomissione e di violazione, mai di azione: è l’origine del patriarcato. Oggi la bellezza è ancora al servizio di qualcosa. Non dei giochi olimpici greci o della guerra ma dei social network, della produzione televisiva, della pubblicità. La bellezza, così, non è libera ma è ancora schiava.

Possiamo combattere queste distorsioni con la cultura?
Secondo me è possibile ed è urgente farlo: possiamo lavorare in termini poetici contro questa tendenza a uniformare.

I LIBRI DI ANDRÉS NEUMAN