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Intervista ad Anita Bressan

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Una giovane italiana che rinuncia ad un lavoro ben pagato presso la City di Londra per andare ad insegnare Inglese in Sudan per qualche mese e si trova ad affrontare una realtà di povertà e arretratezza inimmaginabile. Miseria, ignoranza, mutilazioni sessuali, guerra, prevaricazioni, disuguaglianze, ma anche ospitalità, affetto, sincerità, saggezza e persino amore. Una giovane italiana che racconta la sua esperienza in un libro. Una giovane italiana che si chiama Anita Bressan e che abbiamo intervistato per voi.



Perché una ragazza giovane, che vive a Londra, con un lavoro comodo e ben pagato fa la scelta di mollare tutto e andare in Sudan?
Perché l’ambiente assicurativo-finanziario londinese è un luogo finto, superficiale, in cui i rapporti umani (per esempio con i colleghi) sono regolati da procedure scritte e da dinamiche non scritte ma alienanti. Dopo aver lavorato per un certo periodo nella City, si corre il serio rischio di diventare degli automi, dei mezzi robot chini sul proprio computer con il solo scopo nella vita di produrre soldi per il capitale. Gli altri esseri umani diventano strumentali alle proprie ambizioni di carriera, e basta. Non c’è umanità. Quando sono approdata nella City, nel 2001, credevo che avrei potuto semplicemente portare avanti il mio lavoro, un lavoro come un altro, e invece per lavorare lì devi essere disposta a compromessi con la propria etica che io non avevo alcuna intenzione di fare. Quando ho sentito che era venuta l’ora, me ne sono andata, e la mia scelta si è indirizzata, inconsapevolmente, verso un posto che è, da innumerevoli punti di vista, l’antitesi del luogo dove vivevo e lavoravo prima. Avevo bisogno di stare in mezzo a persone vere. Tutt’ora credo che mollare quel “lavoro sicuro” sia stata una delle scelte migliori che abbia mai fatto.

Che differenza c’è tra vivere la causa dei diritti del sud del mondo ‘sulla carta’ e viverla nella polvere di Khartoum?
Purtroppo di differenza ce n’è veramente molta. Dico purtroppo perché credo che sia di fondamentale importanza risanare questa discrepanza. Ci sono, per esempio, un sacco di persone disponibili a dire “Poverini i bambini dell’Africa”, ma molte di meno disposte a capire fino in fondo e ad assumersi le proprie responsabilità in merito. Perché noi Occidentali di responsabilità, più o meno dirette, per la situazione in cui versa il sud del mondo, ne abbiamo moltissime. A tratti mi sembra che perfino un certo atteggiamento “buonista”, quello che ci fa magari mandare una donazione all’Unicef, diventi a sua volta addirittura controproducente, perché contribuisce a mantenere inalterati i rapporti di forza: “noi” mandiamo gli “aiuti” a “loro”, dove le parole “noi” e “loro” già denotano una distinzione sostanziale tra due facce che invece sono della stessa medaglia. Perdura così l’atteggiamento mentale sbagliato, quello passato dai mezzi di comunicazione di massa, per il quale facciamo bene a provare pietà per chi soffre, ma non dobbiamo porci troppe domande a riguardo. Nell’immaginario collettivo, mi sono accorta parlando con amici e conoscenti, l’Africa detiene una posizione diversa da quella che effettivamente ha. Nel senso che la situazione in Sudan, per esempio, è molto più grave di quanto si possa immaginare, e questo lo si può scoprire solo andandoci e vedendo con i propri occhi. L’altra cosa fondamentale che si può constatare in loco sono le ragioni vere per le quali la situazione è quella che è, che spesso sono molto diverse da quelle comunemente sostenute dai media. Molto più complicate, molto meno superficiali; molto più strettamente legate al nostro stile di vita di quanto ci vogliano far credere.

Cosa ti è rimasto di questa esperienza ai confini del mondo?
Ricordi bellissimi di gente che mi ha accolta e trattata con i guanti bianchi, che mi ha amata e accettata per come ero nonostante le ingenti differenze culturali. Un esempio di quella tanto sbandierata “tolleranza” che qui è più facile pronunciare che mettere in pratica. Mi è rimasta la sensazione che a questa latitudine dovremmo imparare a “spenderci” di più per gli altri, a essere più disponibili, ad avere meno paura del prossimo, ad essere più corretti. Io personalmente ho resistito a certe cose che mi sono successe soprattutto grazie al cordone di solidarietà che si era creato intorno a me, al calore, all’aiuto e al sostegno delle persone che ho incontrato a Khartoum. Queste ovviamente sono cose non pagabili, e chissà, forse è proprio per questo che nella nostra società dei consumi non attecchiscono. L’amore reciproco non si compra: bisogna essere disponibili a darlo e a riceverlo. Mi è rimasta anche una certa intolleranza verso la banalità e la superficialità. Rischiando di sembrare banale a mia volta, devo aggiungere che i problemi della vita assumono tutt’altra valenza, una volta che hai conosciuto esseri umani che vivono in condizioni disperate.

L’immagine che abbiamo dell’Africa, nel bene e nel male, in che percentuale è reale e quanto invece il prodotto di un pregiudizio?
Come accennavo prima, l’immagine che abbiamo dell’Africa, della sua cultura, della sua storia, delle sue tradizioni, è decisamente falsata. Ma questo vale per quasi tutte la parti di mondo, e in particolare per quelle che sono state colonizzate, perché c’è un preciso interesse a fare in modo che si crei un pregiudizio. Il problema è che anziché lasciare l’Africa (termine peraltro un po’ generico) descriversi, anziché passare il microfono agli africani e lasciare che con i loro mezzi, i loro modi, e i loro tempi ci parlino di sé, insistiamo a credere nella visione che noi abbiamo di loro. Visione che ovviamente è assolutamente parziale e mediata da quelli che sono i nostri pregiudizi e preconcetti. I mezzi di comunicazione di massa ci propinano una rappresentazione del sud del mondo ben diversa, negativamente semplificativa, di quella che è la situazione reale. Del resto, è proprio forgiando il pensiero che i governi e le multinazionali ci tengono sotto controllo.

Dove sarà il tuo prossimo Sudan?
C’è già stato. Sono da poco rientrata da un viaggio in America Latina (Argentina, Brasile e Uruguay) che mi ha lasciata senza fiato per la bellezza delle cose che ho visto e delle persone che ho incontrato. Durante il viaggio sono stata anche invitata a visitare una favela vicino a San Paolo, e mi sono resa conto che io in Sudan vivevo in quello che in Brasile viene definito “favela”... Quanto a miseria, se proprio vogliamo stilare delle classifiche, credo che il Sudan resti in assoluto il posto più povero che abbia visitato. La miseria che si trova in Sud America è di tipo diverso: è una povertà meno materiale ma più umana, perché il livello di violenza che si riscontra laggiù è veramente alto. Io stessa sono stata aggredita a scopo di furto in pieno giorno, mentre ero a Montevideo. In Sudan non sarebbe accaduto nemmeno di notte: pur essendo povera, Khartoum è un luogo sicuro e accogliente.

I LIBRI DI ANITA BRESSAN