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Intervista ad Anna Giurickovic Dato

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Anna Giurickovic Dato, catanese che vive tra Roma e Parigi, con il suo romanzo d’esordio ha avuto un grande successo di critica e di pubblico. Con il suo secondo libro ha raccontato una vicenda durissima, dolorosa e a tratti straziante, descritta con una prosa che non lascia scampo il dolore della perdita. La intervistiamo via e-mail, chiedendole di svelarci qualcosa in più di questa storia autentica, che è soprattutto la storia di chi resta.




Nel tuo romanzo Il grande me c’è, e l’hai confermato tu stessa diverse volte, una componente autobiografica molto forte. Lo hai quindi scritto solo per metabolizzare in qualche modo il dolore della tua perdita o il tuo intento è stato fin da subito anche altro?
Scrivo sempre senza intenti, l’atto del mio scrivere si consuma nella scrittura. È un libro molto autobiografico, eppure non era la dimensione autobiografica quella che più mi spingeva a scrivere. La scrittura, poi, ha preceduto la perdita, al punto che mi sono persino stupita della sua esattezza: l’ha anticipata, non metabolizzata. Nonostante l’incoscienza con cui ho narrato e narro, sono certa che lo scrivere abbia anche avuto il suo contraccolpo positivo: analizzare e, perché no, anche metabolizzare.

Simone, il padre di cui parli nel romanzo, non è per nulla la figura autoritaria che è quella paterna nell’immaginario collettivo. Hai preso nuovamente spunto dalla tua esperienza personale o volevi in qualche modo raccontare al lettore che il modello patriarcale autoritario non ha più ragione d’essere o non esiste più?
Sono cresciuta senza padre né madre, eppure con entrambi. Il padre fisico c’è, quello simbolico sfuma, quello ideale si inventa. Non è la mia condizione autobiografica, ma l’evaporazione di una figura che sa bene di non avere più ragione di esistere. Immagino questi padri, privati del loro trono, spodestati dalle proprie case, derisi da tutti e prima da se stessi. È questo il ruolo del padre nelle famiglie mononucleari, è questo il ruolo di Dio nella chiesa e quello delle istituzioni nella società. Ho inventato un padre che potesse ancora esistere al di fuori del proprio ruolo, che fosse anche figlio, che cercasse una madre più che una cura, che somigliasse incredibilmente al mio.

In che modo ritieni che la malattia e la morte possano aiutarci a capire che dobbiamo imparare a fermarci e ad analizzare in maniera più approfondita la lista delle nostre priorità?
Concentrarsi, con presenza, sulla finitezza del proprio tempo non può che portarci a rivedere le nostre priorità. C’è una parte consistente del mondo che vive nell’ottica di un punto d’arrivo (la fama, il successo, la realizzazione personale o famigliare), mentre parte del mondo è consapevole che l’unica meta sia la morte e impiega le proprie energie nel vivere bene per morire bene. Dobbiamo guardarla la morte, come fosse (lo è) il più comune degli eventi, e questo stesso sguardo saprà dettarci le istruzioni della “vita autentica”. Heidegger la chiamava così.

La morte che sopraggiunge dopo una malattia ha un impatto diverso, secondo te, su chi resta, rispetto alla morte improvvisa? In che modo?
Credo proprio di sì, nella misura in cui la malattia consente di anticipare il lutto, ma allo stesso modo si fa essa stessa lutto, nell’esperienza, esasperante, dell’assistere il malato.

Carla e i suoi fratelli reagiscono in modo diverso rispetto alla malattia del padre, ma tutti e tre in qualche modo tendono a nascondere il proprio dolore. È esclusivamente una questione di carattere o, secondo te, siamo stati educati a non mostrare mai troppo questo sentimento?
Siamo nell’era della nevrosi, il nostro dolore (socialmente inaccettabile) si consolida nelle nostre personalità. “Non posso leggere il tuo libro perché potrebbe farmi troppo male”, mi sono sentita dire, molte volte, per questo e per il primo. Quale frase è più emblematica rispetto al discorso della rimozione del dolore? Quale libro può essere così pericoloso da fare “troppo male”? Non c’è nulla che possa distruggerci più dei nostri tabù e rimozioni. A chi mi indirizza questa frase sorrido, intanto preparo un libro che sia ancora più doloroso, consapevole del fatto che non sarà mai dannoso.

Qual è, in generale, l’impatto del lutto nella psicologia personale di ognuno di noi?
Io credo che il lutto, al di là delle “fasi” descritte da molti psicoterapeuti, sia un’esperienza sempre inedita, sempre solitaria e, in quanto solitaria, unica. Ci dice molto poco del mondo e ci insegna così tanto di noi, che non può avere nulla di universale. Una cosa che, però, riguarda tutti noi quando perdiamo un genitore è che, per la prima volta, scopriamo che arriverà il momento in cui perderemo il diritto di essere figli.

Il segreto che ad un certo punto della narrazione Simone confessa ai figli non sembra avere un impatto devastante sui ragazzi. Questo perché di fronte alla morte si tende a perdonare tutto?
Con la morte si perdona di più, non so se si perdona tutto. Il segreto serbato da Simone ha un valore simbolico, quello di un morto che si proietta tra i vivi, ed è per questo che i figli, con tenerezza e compassione, lo perdonano ancor prima di sapere che è così.

La religione aiuta in qualche modo ad accettare la sofferenza, il dolore e la morte. Per chi non si appoggia alla fede, secondo te, non c’è alcuna speranza di far pace con esse?
La vera accettazione temo non abbia fede; la fede, in fondo, è un modo come un altro per rimandare, negare, spiegare eventi che non possono essere rimandati, negati né spiegati. È senza Dio che trovo la mia vera pace.

Quanta fatica ti è costata la scrittura di questa storia, così vicina al tuo vissuto personale? Oppure sei riuscita da andare oltre te stessa e hai potuto descrivere la vicenda di Carla e della sua famiglia senza sentirti coinvolta?
Scrivendo, mi sono così tanto lasciata trasportare dai personaggi che raramente ricordavo fossero anche persone. Quando scrivevo non sapevo soffrire e, spesso, me ne incolpavo, scoprendomi a fare un gioco da voyeur con me stessa.

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