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Intervista ad Anna Voltaggio

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Anna Voltaggio respira da tanti anni il mondo dell’editoria, occupandosi in particolare di ufficio stampa e promozione editoriale. Ha da poco esordito come autrice con una raccolta di racconti che indaga l’interiorità, il potere del desiderio, l’ambiguità della nostalgia. Abbiamo il piacere di poterla intervistare davanti a un buon caffè. Che si fredda un po’, a dire il vero, ma non ce ne accorgiamo subito: siamo rapiti dal modo in cui Anna pondera le parole per rispondere, con generosità, alle nostre molte domande.



Lavori da tanti anni nel mondo dell’editoria e conosci certamente bene il “dietro le quinte”. Come si sta dalla parte dell’autore? Quali difficoltà hai incontrato?
Per me cambiare ruolo è stato forse il momento più difficile da gestire. Il fatto che io fossi già da tanti anni una “addetta ai lavori” probabilmente è stato anche il motivo per cui ho tardato nel tentativo di scrivere un libro. A un certo punto mi sono un po’ convinta che il mio ruolo dovesse essere quello professionale, però in realtà il motivo per cui sono finita a lavorare in editoria è che io avrei voluto provare a scrivere. Sono passati tanti anni prima che decidessi di dedicare un tempo preciso alla scrittura. Pensavo di sapere molto della vita di un autore, ho lavorato con tantissimi esordienti, e invece ci sono state un sacco di cose nuove per me. Sono stata un po’ a disagio all’inizio nell’intendermi come “l’autrice”, non dovevo occuparmi io di far funzionare le cose. Forse la cosa che ho capito più di tutte è: quando scrivi un libro, una volta che il libro è scritto te ne devi separare e il libro va nelle mani dei lettori. Questa frase l’avevo sentita centinaia di volte e l’ho capita soltanto quando mi è capitato di viverla. È stata anche una novità capire che il lavoro di promozione da parte dell’autore non è sempre semplice. All’inizio avevo difficoltà a intellettualizzare quello che avevo scritto. Sto prendendo sempre più confidenza con questo aspetto.

Come è nata l’idea per questo esordio? Avevi già in mente di scrivere una raccolta di racconti?
Quando ho cominciato a scrivere, cercando di trovare la mia misura nella scrittura, avevo molte difficoltà nel portare avanti una storia di lungo respiro. Ero piena di incipit, di storie in nuce, che non riuscivo a sviluppare. C’era sempre qualcosa che non mi tornava, un ritmo che mi sfuggiva. A un certo punto avevo bisogno di concludere e quindi, senza l’idea di volerlo poi pubblicare, ho pensato di scrivere un racconto, dandomi uno spazio fisico più ristretto. Mi sono resa conto che i racconti venivano fuori, ero più o meno convinta che per me funzionassero. Conoscendo il mercato editoriale, non pensavo che i racconti fossero presi più di tanto in considerazione. Piano piano scrivevo queste storie, ho cominciato a farle leggere a scrittrici amiche ma anche a chi lavorava per le riviste online. Ricevevo apprezzamenti, sembravano incuriositi. Andando avanti mi sono resa conto che stavo scrivendo delle storie che ruotavano sempre intorno a dei temi comuni e, quando ho capito che stavo maneggiando più o meno la stessa materia, ho avuto l’idea che potesse essere un libro vero e proprio. Che io potessi comporre attraverso i racconti una partitura unica. Le storie sono autosufficienti, ma probabilmente a leggerle slegate danno meno di quanto possono dare poi nella lettura completa.

Dai tuoi racconti paiono emergere alcuni temi comuni: la necessità di evitare la verità, il vivere con un certo disagio nel mondo e nel presente, la paura del futuro (e del passato). Da dove nasce questa paura? Da cosa si vogliono proteggere i tuoi personaggi?
I miei personaggi hanno tutti un’età più o meno comune, sono in un momento della vita che definirei centrale. Hanno quindi, a grandi linee, una stessa misura di passato e una stessa misura di futuro davanti. Questo li mette nella condizione di cominciare ad avere contezza del tempo. La visione del loro passato e la visione del loro futuro cambiano. Perché il passato racconta loro com’è che si sono trovati a vivere il presente che stanno vivendo, cominciano a pensare alle scelte che non hanno fatto. Il futuro è un futuro diverso, perché se a venti, trenta anni il futuro è qualcosa per cui devi ancora immaginare dove collocarti nel mondo, che identità costruirti, da un certo momento in poi invece è soltanto vita da vivere. Questo cambia un po’ le regole del gioco interiore. I miei personaggi sono molto coscienti, si sentono delle solitudini profonde, solitudini però vitali, calde. Sono spinti dal desiderio e quindi affrontano il futuro cercando di vivere il più possibile. È una spinta che viene dal desiderio dell’altro, ma anche dal cercare un’aderenza forte con sé stessi. Chiaramente spesso entra in contraddizione con il presente. È questa la punta incrinata degli animi dei miei personaggi.

Ne La nostalgia che avremo di noi apparentemente si parla di coppie, di relazioni. Sembra tuttavia di ravvisare nel “noi” qualcosa di molto più intimo e personale, per ciascuno dei tuoi protagonisti. Chi è, dunque, questo “noi”?
È un’ambiguità che attraverso il titolo ho voluto sottolineare. C’è una nostalgia nei confronti di qualcuno, che magari abbiamo nel nostro passato. Dall’altro lato, c’è la nostalgia che abbiamo di noi stessi, di qualcosa che non abbiamo scelto di vivere. A un certo punto ci sono delle scelte da fare, in maniera più o meno consapevole. I miei personaggi tendono a riflettere su questo, hanno un problema, con un legame o con una parte di loro a cui hanno rinunciato. La nostalgia è un sentimento ambiguo, non è doloroso, però contiene dell’amarezza. Pensiamo al nostro passato, anche ai momenti più belli, ed è comunque finito. Non puoi tornare indietro per cambiare le cose. Questo è un punto che i miei personaggi tutti, in qualche modo, accusano.

I tuoi personaggi riescono a cogliere sentimenti per così dire trasversali, che possono risuonare anche in età differenti. Avevi in mente un lettore ideale per il tuo libro?
Non particolarmente. Ho parlato di una cosa che in parte mi riguardava per l’età che ho scelto di dare ai miei personaggi. Come mi è capitato di notare in questi mesi, ricevendo i pareri e le considerazioni dei lettori che hanno incontrato il mio libro, non c’è un’età che effettivamente mi sembra si senta più chiamata in causa di altre. Una persona più giovane, magari di una decina di anni, è già una persona adulta e può capire perfettamente le cose di cui parlo. Mi calo nello sguardo di questi personaggi, nel loro mondo interiore e segreto, e credo che certi aspetti delle nostre corde più intime possono essere condivise da tanti a prescindere dall’anagrafica. Per cui no, non ho mai pensato a un lettore ideale. Sarei felice di pensare che a partire da una certa età ciò di cui parlo possa interessare tutti.

Il personaggio a cui è dedicato l’ultimo racconto, Cartesio, appare un po’ diverso dagli altri. Ti va di raccontarci il perché di questa scelta?
Non a caso scelgo di mettere Cartesio in chiusura, perché è un personaggio che si distacca leggermente dagli altri. È come se tutti gli altri si mettessero in crisi da soli, non fanno che rimuginare sulle impossibilità, sui desideri, su cosa avrebbero voluto o vorrebbero dalla vita. Cartesio, al contrario di tutti loro, non mette in discussione la sua vita, è come se quello che gli accade fosse l’unica realtà possibile. La vita gli fa uno sgambetto ed è costretto a mettersi in discussione. Si rende conto che ha trascurato una cosa fondamentale, che l’accettare tutto senza scalpitare – per quanto scalpitare sia faticoso e a volte inutile – l’ha messo all’oscuro di una serie di altre possibilità con cui adesso accetta di confrontarsi. Mi sembrava fondamentale per sottolineare tanti aspetti che durante tutto il libro avevo messo in luce.

Decidi di affrontare entrambi i punti di vista, femminile e maschile. È stato un processo difficile?
Dato che parlavo di mondi interiori, di relazioni e desideri, non potevo prescindere dal cercare un punto di vista maschile. Ho cercato di trovare una misura, per cui questi tredici racconti vedono sette donne e sei uomini (giusto una donna in più per presa di posizione!). Mi è molto piaciuto dare voce agli uomini, ero curiosa di sapere come funzionava. Mi sono resa conto che mi sentivo probabilmente più libera rispetto allo sguardo femminile. Avendone così tanto rispetto e conoscendone anche la complessità, sono risultata un po’ più premurosa, quasi trattenuta. Mi sono accorta successivamente che le voci maschili parlano dei loro sentimenti in maniera più fluida, mentre le mie donne sono più guardinghe, più diffidenti, a volte quasi distaccate. Credo che sia dipeso dall’attenzione che ho dato alle donne. Per questo, forse, un senso di libertà maggiore l’ho avuto dando voce alla creatura “aliena”.

Dopo aver conosciuto l’Anna “ufficio stampa” e l’Anna scrittrice, vorremmo sapere che gusti ha l’Anna lettrice…
Leggo tante cose per lavoro. Una delle mie scrittrici preferite in assoluto l’ho messa in esergo, anche per una questione affettiva, ed è Clarice Lispector. Ho scelto una frase che è proprio tratta da una sua raccolta di racconti. Un’autrice contemporanea che amo molto è Yasmina Reza, che mi ha anche aiutata per questo libro, per trovare la forma dei dialoghi ho studiato il suo teatro. Amo molto Daniele Del Giudice, amo Enrique Vila-Matas. Per andare un po’ più indietro, una delle autrici che è stata un mio riferimento è Katherine Mansfield, che ha scritto solo racconti. Sono debitrice a tantissimi autori, potrei andare avanti a lungo!

I LIBRI DI ANNA VOLTAGGIO